Undici vittime in Kenya nella "caccia alle streghe"

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Ma è la solita voglia di morte

Marina Corradi
("Avvenire", 23/5/’08)

Non c’erano "telecamere" nei villaggi della regione di Kisii, nel Kenya occidentale, a riprendere il "massacro" della notte di martedì scorso. Scarni lanci di "agenzie di stampa" straniere riferiscono i rapporti della polizia "kenyota": "ronde" inferocite hanno percorso la campagna, a caccia di "streghe". Otto donne e tre uomini, di età compresa fra i settanta e i novant’anni, bruciati vivi. Un rogo di vecchi.
Se qualcuno avesse ripreso la "mattanza" – i branchi di "giustizieri" che piombavano nei villaggi, i colpi che "squassavano" le porte fragili delle capanne, le vittime tirate fuori a forza, inermi, tra le urla dei figli e dei nipoti – quello spettacolo ci avrebbe ammutolito. Perché siamo abituati a un’Africa straziata da guerre e guerriglie e "faide" etniche; a un’
Africa affamata, devastata dall’"Aids", rapinata dagli interessi dell’Occidente o dalla corruzione dei suoi stessi governanti.
Ma la caccia di popolo alla "strega", il "linciaggio", la morte data come un rito "catartico" tra la folla plaudente, sono cose che l’Occidente non conosce più, e a cui ripensa con spavento e vergogna.
Possibile, ci chiediamo, che accada ancora? Come se un male oscuro che si credeva debellato tornasse ad affiorare.
Eppure il missionario di lungo corso che interpelli, non si meraviglia. Queste cose, dice, accadono ancora. La malattia nei culti "animisti" non è un "guasto" del corpo, ma l’effetto di una forza negativa: così nasce la caccia all’"untore". Accadeva lo stesso da noi, ai tempi della peste manzoniana. Solo che noi Occidentali amiamo credere che queste siano storie di secoli bui. Che gli uomini, siano cambiati.
Invece ancora in
Congo decine di migliaia di bambini "handicappati" sono considerati maledetti: innocenti "stregoni" abbandonati da padre e madre per paura delle rappresaglie dei vicini. Bambini, donne, vecchi: "capri espiatori" di un collettivo, confuso rancore. Che può esplodere, in un bagliore sinistro di primitiva violenza, come l’altra notte a Kisii. E altre volte ancora. Padre Piero Gheddo ha raccontato la notte allucinante di un amico missionario in Senegal, che in un villaggio assistette impotente e sbalordito alla pubblica esecuzione di sventurati "fattucchieri".
E noi ascoltiamo con sbalordimento – ma anche con un confuso imbarazzo.
Qualcosa in queste storie ci spiazza.
Ben disposti a fare "mea culpa" dei roghi dell’Inquisizione, avvertiamo in questi "sbocchi" di furia collettiva nelle savane l’eco di un dubbio che fatichiamo a spiegarci. Il mito "rousseauviano" del "buon selvaggio", cardine della cultura moderna, viene messo in crisi. Perché per una volta le "multinazionali", l’America, il traffico d’armi non c’entrano. Il male di Kisii è una faccenda più fondamentale, "ancestrale". Qualcosa di anteriore. È il rabbioso bisogno di trovare, delle malattie e della morte, un responsabile: un "capro espiatorio", che paghi. Un bambino deforme, una vecchia decrepita danno alla "vittima" le sgraziate sembianze di portatore del male. Su di loro si scatena la furia della vendetta. E noi giriamo in fretta la pagina, dicendo: per fortuna, da noi queste cose non succedono più.
Ma, davvero? Quei tre a Verona che hanno ammazzato senza una ragione un ragazzo di un "giro" diverso, cosa cercavano, se non un nemico immaginario, un "capro espiatorio" cui "dare una lezione"? L’Africa delle "streghe" bruciate ridesta in noi civili borghesi un non confessato spavento.
La violenza mirata alla "purificazione" dal male, in fondo l’abbiamo vista scientificamente applicata appena sessant’anni fa. E se non è "buono" il contadino della savana, non siamo buoni neanche noi, "beneducati", che fingiamo meglio. Che una radice di violenza originaria ci sia scritta addosso, anche se abbiamo smesso di chiamarla per nome? A Kisii semplicemente si è mostrata "nuda": maligna, "adunca" ad afferrare le vittime, come prede.