INTERVISTA

In volume i "diari" dello psicanalista Eugenio Borgna:
«Non confondiamo la depressione con l’umana "malattia mortale"».

RITAGLI     E la speranza riscatta dal "male oscuro"     DOCUMENTI

«"Ipertecnologici" e "spersonalizzati", sempre più siamo "monadi" solitarie.
E però ancora aperti all’altro: "ontologicamente" restiamo relazione».

Marina Corradi
("Avvenire", 12/6/’08)

«Mi sento veramente morta. Mi sento con dentro niente.
[...] Arrivo a desiderare la morte di mia figlia e mia. Il prossimo mi sembra infinitamente lontano, interessato a cose cui io non attribuisco più nessun valore». Maria Teresa ha 35 anni quando cade in una depressione "psicotica". È una delle pazienti rievocate da
Eugenio Borgna nel volume "Nei luoghi perduti della follia" ("Feltrinelli", pagine 468, euro 32,00). Ma tra le righe di quel diario sembra di riconoscere la trama di tragedie che la cronaca racconta così spesso. Il libro, che raccoglie testi scritti fra il 1963 e il 1978, è vasto come un "continente".
Ne abbiamo scelto una sola figura – annichilita, impietrita nella sofferenza – per ripercorrere con Borgna l’itinerario misterioso che conduce una donna "normale" in un abisso, e poi la restituisce alla vita.

Professor Borgna, Maria Teresa racconta di una "eclissi" totale della speranza: «Una sofferenza inumana, ma non mai disumana, non mai a noi estranea», è il suo commento.
Dunque c’è una continuità fra malinconia e depressione, la malattia propriamente detta?

«Certo il "climax" malinconico di Leopardi non è la depressione clinica – quella che arresta il tempo e "pietrifica" i sentimenti. Ma fra patologia e "normalità" esistono sconfinamenti continui. Potremmo dire che la depressione "psicotica" è il "radicalizzarsi" del modo di sentire del malinconico. È un modo di sentire dell’uomo, condotto al suo vertice più doloroso. In comune, malinconia e depressione hanno che chi le vive conosce gli abissi della propria interiorità».

Lei parla di ciò che consideriamo il perfetto equilibrio, quasi come di un "di meno"…

«Certo se si vive nel mondo della distrazione e della esteriorità assoluta si è immunizzati da ogni esperienza depressiva o malinconica.
Da ogni "ri-flessione", intesa come flessione dell’anima su se stessa.
Ma la "malattia mortale" di cui parla Kierkegaard – che pure ha conosciuto personalmente l’autentica malattia depressiva – non è un fatto "psicotico". È angoscia mortale, e tuttavia è condizione umana; è sofferenza come premessa di conoscenza. Minkowski si chiese quale esistenza degna di essere chiamata tale non ha mai conosciuto dolore. Del resto, non è ciò che dice Paolo quando parla della "follia della croce"? Il dolore è a volte il solo sentiero che possiamo percorrere per una conoscenza spirituale. Talvolta possiamo rinascere solo percorrendo sentieri interrotti».

Tuttavia la sua paziente descrive un deserto, il crollo assoluto di ogni speranza. Nella «Spe salvi» Benedetto XVI distingue fra speranze relative e speranza "grande", assoluta. Maria Teresa testimonia che è "la" speranza, che è morta in lei.

«Chi sprofonda nella malinconia incontra in sé, come negli strati di uno scavo archeologico, le strutture portanti che secondo Max Scheler vivono in noi (i sentimenti sensoriali, vitali, psichici, spirituali, è la distinzione di Scheler). Man mano che la malinconia si fa radicale scompaiono i sentimenti più superficiali, e poi le speranze "relative". Ultima a sopravvivere resta "la" speranza, quella "ontologica" – l’"architrave". In alcune condizioni patologiche può scomparire anch’essa. Quando anche "la" speranza si spegne, i "brandelli" che ne sopravvivono possono realizzarsi nel suicidio. A volte – parlo del vissuto di pazienti reduci da tentativi di morire – il darsi la morte è l’ultima ricerca di speranza perduta, la temeraria intuizione che almeno la morte abbia ancora un senso. Ma in Maria Teresa perfino la disperata "speranza" del suicidio è annientata».

Eppure, alla fine del diario la donna scrive: «Ieri, mi sentivo dentro una speranza non motivata. La speranza, che si apriva: ed era come una nuova vita».
«E sembra quasi che parli della "speranza paolina", di ciò che deve venire, ma ancora non è visibile nel mondo».
Ma, che cosa ha tratto dal fondo dell’abisso Maria Teresa, che rifiutava ogni farmaco? La paziente scrive: «Quando vengo da lei, professore, sto meglio». E lei commenta: nel deserto, resta nonostante tutto una sconfinata nostalgia della comunicazione...

«Bernanos arriva a dire che la speranza nasce dalla disperazione.
Anche nella disperazione si intravede infine la "stella del mattino", sia pure effimera e cadente. Ciò che chiama fuori dagli abissi è un dialogo, è l’essere con un altro.
Perché la speranza è, in sé, comunione con l’altro. Come scrive Benedetto XVI, la speranza "è una relazione"».

Dunque la essenza della disperazione è solitudine, e la nostalgia, anche quella vertiginosa della depressione "psicotica", è il marchio di qualcosa di originario. Romano Guardini dice che la malinconia è "nostalgia dell’infinito"…

«Chi più ne soffre ha una più intensa, oscura memoria di ciò che ha smarrito. Ma il dolore estremo può venire trasfigurato in una speranza indicibile, in una speranza sconosciuta».

Maria Teresa è la storia di una depressione drammatica che evolve, dal buio, alla speranza. Pochi soffrono tanto, ma tanti, oggi, soffrono un poco di depressione. Se c’è continuità tra i gradi moderati e quelli tragici della sofferenza psichica, che significato ha questo "allargamento" epidemico? Non è l’eco di una collettiva nostalgia?

«Nell’"ipertecnologia" e nella "spersonalizzazione", nella crisi delle relazioni, sempre più siamo "monadi" solitarie. "Monadi", e però ancora aperti all’altro: restiamo "ontologicamente" relazione. Per questo i vertici di una solitudine disperata possono essere "alleviati" dall’ascolto di un medico. La parola cura – così come può uccidere. Ma le parole del terapeuta devono essere sempre "intercalate" col silenzio, in un ascolto profondo – lasciando che venga fuori da sé il "fiume interiore".
Solo così chi soffre avverte che non è più solo. Mediando il colloquio con questa parola "fantasmatica" che è il silenzio: che è la condizione essenziale di ogni incontro».