"Clinica Santa Rita": indicavano gli ammalati con "il pezzo" guasto

RITAGLI     Come raccoglitori di "rottami".     DOCUMENTI
Quei medici, "fuori di testa"

Marina Corradi
("Avvenire", 14/6/’08)

«Io "pescavo" dappertutto, da Lodi tiravo fuori le mammelle, dall’"Oltrepò Pavese" i polmoni. Si prendono 800 euro per un polmone, cioè tu fai quindici polmoni o non puoi pagare l’"équipe"…». Così diceva al telefono un medico della "Clinica Santa Rita". In sé, probabilmente, questo "discettare" di "pesca" di polmoni a ottocento euro cadauno non configura un reato; di peggio è stato contestato agli imputati, tanto di peggio che quasi si fatica a credere che tutto sia vero.
Eppure, a guardare questa storia da pazienti – ciò che un giorno o l’altro tutti siamo – , il primo sussulto viene proprio da questo discorrere fra medici. Da Lodi le mammelle, dall’"Oltrepò" i polmoni… Non: "Trovavo pazienti malati a questo o quell’organo"; ma: "Pescavo polmoni", "Pescavo mammelle".
Ciò che disturba, profondamente, pure considerando l’abitudine del gergo per intendersi fra "addetti ai lavori", è quel parlare di un uomo, indicando solo il suo "pezzo" guasto. Da come parlano, quei dottori sembrano raccoglitori di "rottami". Se non trovi quindici "pezzi", non campi. Bisogna "gettare le reti": setacciare le province, tessere i rapporti che convoglino reni e mammelle usurati nella giusta "officina". Se anche, per ipotesi, l’inchiesta milanese fosse completamente smontata dalla difesa, quelle telefonate ci resterebbero in mente.
Ci rimarrebbe la memoria di un "freddo" addosso, all’idea dei "polmoni" intercettati e avviati a una redditizia "rottamazione" – mentre i loro proprietari credevano di essere uomini, e che un medico li avrebbe curati.
Uomini, già. Dietro a ogni "polmone" da ottocento euro, c’è un uomo. E questa sembra la prima tragica dimenticanza alla radice della storia di
Milano. Tutto è iniziato, forse, perché chiamavano i pazienti "polmoni". Chi c’era dietro quella prostata da operare, o quel colon, sembra dalle carte dell’inchiesta irrilevante. Si preoccupa forse il meccanico dei "sentimenti" di un motore?
Pare che – al di là di ogni reato – quei medici intendessero il loro mestiere allo stesso modo. Indifferenti al fatto che il "polmone" avesse affetti, e figli magari, e la speranza di farcela ancora. Questioni secondarie: comunque, se ne cavavano ottocento euro di rimborso.
Se tutte le accuse sono vere, la storia della "Santa Rita" non è "malasanità", ma "associazione a delinquere". Sia detto con il rispetto che invece si deve a tutti quegli altri colleghi, della "Santa Rita" o attivi altrove, che invece il loro compito lo fanno con coscienza.
Tuttavia, in quelle parole fra medici che hanno fatto il giro d’Italia, è come emerso uno "spettro", e non riguarda solo i casi da "codice penale". Lo "spettro" di uomini trattati come "bulloni". Poi, certo, la norma è che si venga curati secondo le regole. E tuttavia il "cinismo" di quei dialoghi sembra la punta estrema di uno sguardo che in tanti, quando passiamo fra le mani di uno specialista, avvertiamo con inquietudine. Non c’è più l’uomo nella sua interezza; ci sono le sue parti. Ciascuno si dedica a una parte. Non è il nostro medico, è solo il medico del nostro pancreas. E quando poi tutto, "carrozzeria" e "motore", è troppo usato, si può arrivare a trattare un uomo come una "carcassa": non serve più, ma qualche migliaio di euro di rimborso, a operarlo, se ne tira ancora fuori.
Ciò che turba della storia di Milano prima di tutto è questo: pare che ci considerassero come "assemblaggi" di arrugginite "valvole".
L’avidità della "sanità privata", è stato detto.
Può darsi, ma se in un "ospedale pubblico" si può morire per un tubo di ossigeno scambiato, cos’è, se non il segno dell’allargarsi dello stesso "sguardo opaco" sull’uomo? Ci sono medici che non ci riconoscono più. Uomini, o "bulloni"? Questo ci fa paura, come l’eco di una inquietante "mutazione".