La "risoluzione" del "Palazzo di Vetro"

RITAGLI     Almeno spezziamo la "cortina" del silenzio     MISSIONE AMICIZIA

Donna irachena: anche lei, una vita da difendere...

Marina Corradi
("Avvenire", 21/6/’08)

Lo "stupro" attuato contro le popolazioni civili all’interno di un conflitto è un’«arma di guerra». Lo ha stabilito l’"Onu", con un voto unanime. E ha ordinato che tutti gli Stati membri facciano cessare questo orrore. Possiamo immaginare quanto peso avrà questo richiamo nel Darfur o in tutte le guerre civili del "Terzo Mondo", fra "soldataglie" anarchiche o i civili ansiosi di "faide": nessuno. Allora, il "monito" dell’"Onu" è inutile, parole sulla carta, impotenti di fronte alla bestialità delle guerre?
Il dubbio è legittimo. Basta uno sguardo indietro, alla storia di Occidente, per sapere che da sempre nei secoli le invasioni e l’insediarsi dei popoli vincitori sono consumati anche nello stupro. Le donne come preda, un’altra terra, e forse ancora più profonda ed essenziale dei campi, da occupare, e di cui prendere possesso. Certo, che lo stupro è un’"arma di guerra", come recita l’"Onu", «per umiliare, dominare, instillare paura, cacciare i membri di un gruppo etnico». Lo è dagli albori della storia. Dalle "invasioni barbariche" fino alle "cantine" della Berlino del 1945, quando i russi, benché liberatori, furono bestiali come sanno esserlo gli uomini, sotto a ogni bandiera.
E allora che significato ha questo voto, e il suo appello a un "cessate il fuoco" che in grande parte non verrà ascoltato? Forse il senso del pronunciamento è in una acquisita consapevolezza che lo stupro non è solo, come sempre è stato nelle guerre, un "ineludibile" "portato" di una generale violenza: ma a ben guardare sembra pianificato. Lo "stupro etnico" non solo come "rigurgito" spontaneo di ferocia, ma disegno scientifico per annientare il nemico. Ciò che accadde in Bosnia, dove migliaia e migliaia di donne vennero violentate e messe incinte, perché partorissero i figli dei vincitori. Altrove, nelle "guerre etniche" dell’
Africa, le organizzazioni internazionali riferiscono di silenziose stragi; non solo violentate, ma massacrate e uccise. Le donne come una "terra bruciata" da lasciarsi alle spalle per "annichilire" totalmente il nemico. E a fronte di questa mole di violenza che spesso ignoriamo, di cui in realtà preferiamo non sapere, la voce "stentorea" dell’"Onu" – che spesso ci appare così "sfiatata" – a dire: "mai più". Che senso ha, e perché molte organizzazioni umanitarie parlano di «voto storico»? Se l’operatività e l’incidenza immediata fossero i criteri di valutazione, in effetti, nessuno. Piuttosto, quelle parole al "Palazzo di Vetro" sembrano, dopo millenni, come il guardarsi allo specchio della comunità degli uomini. Negli assedi e nelle invasioni, ai margini dei campi di battaglia, è vero, sempre è accaduto che le donne fossero preda e bottino, terra da fecondare per nuovi figli, stirpe dominante. Ma forse non si era mai detto con chiarezza che anche questa era, semplicemente, guerra. Non un suo minore "portato", non una brutale ma consueta usanza per "riordinare" le cose, ma guerra pura, spinta alle sue estreme conseguenze fino a dentro il corpo del nemico.
Le donne, portatrici di vita, annientate come il peggiore degli avversari in quello spirito della guerra, che è essenzialmente odio alla vita. Con il voto di ieri nell’"almo" e spesso impotente "Palazzo" dell’"Onu" ci si è come guardati allo specchio, riconoscendo la più radicale delle guerre. Poi, temiamo, il severo "monito" non impedirà agli uomini di continuare. Quell’odio addosso, non è cosa che cede alle parole. Di liberarci dal male, da soli, non siamo capaci. Ma questo all’"Onu", tra tanti solenni proclami, non lo dicono mai.