RITAGLI   Hong Kong dieci anni dopo   SPAZIO CINA

Panorama tra i grattacieli di Hong Kong...

La Regione ad amministrazione speciale di Hong Kong compie 10 anni.
Il 1° luglio 1997 la bandiera britannica veniva ammainata per sempre,
dopo 156 anni di occupazione che avevano trasformato
un insignificante villaggio di poche centinaia di pescatori
in una delle principali metropoli mondiali.

P. Gianni Criveller
("Missionari del Pime", Giugno-Luglio 2007)

Quella notte, di fronte ai massimi dignitari della Cina e della Gran Bretagna venne issata la bandiera rossa con le cinque stelle della Repubblica popolare cinese: Hong Kong tornava alla "madrepatria" sotto il segno della politica di "un paese-due sistemi", e la promessa di 50 anni di autonomia e capitalismo.
Due anni dopo, Macao avrebbe seguito esattamente lo stesso copione, scritto per convincere Taiwan ad adottare la stessa formula e "ritornare" sotto il controllo di Pechino.
Molti tentano un bilancio di questo esperimento unico nella storia dell’emancipazione dal colonialismo. Dopo 10 anni Hong Kong è una città a due facce. Da una parte c’è la città piena di risorse, libera, civile, efficiente e davvero internazionale. Ogni anno vengono ricordati, unica città al mondo, i ragazzi di Tiananmen del 1989; e ci sono molti gruppi, associazioni e partiti che si impegnano per il progresso politico e morale.
Ma c’è anche un lato oscuro. Hong Kong non è affatto democratica, ma piuttosto controllata da una oligarchia capitalista politico-finanziaria, che prospera grazie all’alleanza con il regime comunista cinese. Questo potere spesso non è visibile, ma c’è più che mai, ed è sempre efficace, impedendo le riforme politiche e sociali richieste da buona parte della popolazione. C’è una specie di legge non scritta, ma molto seguita: fare tutto come Pechino vuole. Ciò produce in molti ambienti una grande quantità di "auto-censura" e forme occulte di pressione e imposizione.
A questo si aggiunga il pesante inquinamento, un diffuso disagio mentale e le difficoltà economiche di molte vittime del capitalismo più radicale.
La prima grande sfida vissuta da Hong Kong, a poche settimane dal "ritorno", è stata la crisi economica, che ha messo in ginocchio molte famiglie e piccole attività. La punta più drammatica della crisi si è avuta nel 2003, quando, a causa dell’epidemia di Sars, Hong Kong è stata isolata dal resto del mondo, e ha seriamente temuto per la propria sopravvivenza.
Ma è stato proprio il 2003 l’anno cruciale della rinascita e della svolta. Il primo luglio di quell’anno quasi un milione di cittadini, cioè buona parte della città, scese in strada per protestare contro l’imminente introduzione della "legge sulla sicurezza nazionale", che avrebbe seriamente abbassato le libertà civili. La gente di Hong Kong era stata sottovalutata, la si credeva apatica e incline esclusivamente agli affari economici. In quell’occasione Hong Kong ha mostrato il suo lato migliore, una capacità di partecipazione civile che ha costretto Pechino non solo a recedere sulla legge della sicurezza nazionale, ma anche a togliere di mezzo Tung Chee-hwa, il capo del governo, una persona buona, ma chiaramente incapace di capire i cambiamenti e governarli. Al suo posto c’è ora Donald Tsang, un capace burocrate governativo cresciuto sotto gli inglesi, che ha riportato efficienza nell’amministrazione e sollevato le sorti dell’economia.
Donald Tsang è un cattolico molto devoto, non manca mai alla messa mattutina presso la chiesa di San Giuseppe in centro città. Ma questa non è affatto un’eccezione: i maggiori esponenti del governo, e soprattutto quelli dell’opposizione democratica sono cattolici, spesso ben conosciuti nella comunità ecclesiale. La Chiesa cattolica, pur contando solo il 5% della popolazione, ha un impatto nella città che va ben al di là dei numeri. Oltre al servizio dell’evangelizzazione, la Chiesa svolge nella società una importante funzione educativa (attraverso le quasi 300 scuole cattoliche), e sociale (attraverso la "Caritas" e la
"Fu Hong Society"). Questi servizi sociali non hanno avuto nessuna battuta di arresto negli ultimi 10 anni. Anzi, grazie alla "leadership" esercitata dal cardinale Giuseppe Zen, noto come la "coscienza di Hong Kong", la Chiesa ha accresciuto il suo peso nella città.
I missionari del Pime continuano con convinzione il loro servizio. Negli anni precedenti il 1997 hanno voluto chiaramente mostrare ai cattolici e alla gente che sarebbero rimasti qui, condividendo le vicende della popolazione, senza preparare nessuna via di fuga. Continuano a lavorare con fiducia, e sono impegnati soprattutto nelle parrocchie, secondo la nostra migliore tradizione. Il catecumenato, la catechesi e la vita liturgica sono il nostro forte. Possiamo dire con legittima soddisfazione che la diocesi, guidata dal clero locale, ci apprezza e ci tiene stretti a sé. Dopo varie discussioni e esperienze pionieristiche ci stiamo aprendo al grande continente cinese, che nel passato fu uno dei campi principali dei nostri missionari. La nostra regione, Hong Kong-Cina, guarda con fiducia al proprio futuro.