RITAGLI    Hong Kong: scommessa democrazia    SPAZIO CINA

Gianni Criveller e Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2007)

Nella notte fra il 30 giugno e il primo luglio 1997, dopo un secolo e mezzo sotto l’amministrazione britannica (1841-1997), Hong Kong tornava alla Cina, diventando una "Regione ad amministrazione speciale", con la garanzia di altri cinquant’anni di autonomia giuridica, amministrativa ed economica. Un passaggio epocale, al quale "Mondo e Missione" si preparò, nell’estate del 1996, con uno "Servizio speciale" di padre Giancarlo Politi, che provava a ipotizzare cosa sarebbe mutato per l’ex colonia britannica.

A dieci anni di distanza dallo storico "Handover" («consegna»), cosa è davvero cambiato per Hong Kong, alla luce di uno scenario internazionale nel quale Pechino ha assunto un ruolo di primo piano? In che misura si è realizzato (o no) il motto «un Paese-due sistemi»? Che fine ha fatto il sogno di Hong Kong di diventare un laboratorio democratico per l’intera nazione cinese?

Per rispondere a questi interrogativi abbiamo interpellato alcune voci tra le più significative della società civile, della politica e della Chiesa di Hong Kong. In particolare Jackie Hung, attivista della "Commissione Giustizia e pace", Audrey Eu, astro nascente del movimento democratico, e il cardinale Joseph Zen.

Il quadro che ne esce è ricco di contraddizioni e incognite, ma anche di speranze. Accanto a una componente "filo-Pechino", che per ragioni economiche e politiche ha scelto la strategia dell’opportunismo, vi sono larghi strati di popolazione sensibili a temi quali i diritti umani, la libertà e la democrazia. Gente disposta a battersi, a scendere in piazza per protestare contro i soprusi delle autorità, a esigere il rispetto degli accordi internazionali, in virtù dei quali Hong Kong deve mantenere il suo "status" di città libera, cosmopolita e democratica.