Le due anime di Hong Kong

RITAGLI    Sete di libertà e sirene «patriottiche»    SPAZIO CINA

Un’oligarchia capitalista, alleata con il regime, esercita il potere poco visibile,
ma che impedisce riforme sociali e politiche.

Gianni Criveller e Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2007)

La notte del 30 giugno di dieci anni fa migliaia di cittadini di Hong Kong si sono riversati di fronte al palazzo del Parlamento ad ascoltare il capo dei democratici Martin Lee, che proprio a mezzanotte arringava la folla dal balcone del palazzo del Parlamento in Statue Square. L’avvocato Martin Lee, un cattolico molto impegnato anche in ambito ecclesiale, rappresentava l’altra Hong Kong, quella non invitata alla festa ufficiale, quella dei partiti democratici, dei critici del regime di Pechino, dei sostenitori dei diritti umani, delle libertà civili e della democrazia: per Hong Kong innanzitutto, ma anche per il resto della Cina. Era un appello vibrante quello lanciato da Martin Lee: il pericolo più insidioso, sosteneva, viene dall’accettazione supina dei nuovi padroni, dalla confusione tra patriottismo e sostegno al regime comunista, dall’auto-censura della stessa gente di Hong Kong.

La festa ufficiale venne celebrata poco lontano, in un enorme edificio costruito per l’occasione, di fronte ai massimi dignitari della Cina e della Gran Bretagna. Issata la bandiera rossa con le cinque stelle della "Repubblica popolare cinese", Hong Kong tornava alla madrepatria sotto la formula di «un Paese-due sistemi» e la promessa di cinquant’anni di autonomia e capitalismo. Due anni dopo, il 20 dicembre 1999, Macao avrebbe seguito lo stesso copione, scritto per convincere Taiwan ad adottare la medesima formula e «ritornare» sotto il controllo di Pechino.

A dieci anni di distanza, Hong Kong è una città a due facce, dove persiste una profonda divisione. Da una parte è ricca di risorse, libera, civile, efficiente e davvero internazionale, con numerosi gruppi, associazioni e partiti che si impegnano per il progresso politico e morale. Grazie al carisma del popolarissimo e anziano leader Szeto Wah, ogni anno viene commemorato - unica città al mondo - il massacro di piazza Tiananmen del 1989, con la veglia del 4 giugno al parco Vittoria.

Ma c’è anche un lato oscuro. Hong Kong non è realmente democratica, controllata com’è da un’oligarchia capitalista politico-finanziaria, che prospera grazie all’alleanza con il regime comunista cinese. Questo potere, poco visibile a occhio nudo, è assai efficace e impedisce le riforme politiche e sociali richieste da buona parte della popolazione. Di fatto, domina la legge non scritta che impone (tacitamente) la volontà di Pechino. Ciò produce in molti ambienti una severa auto-censura e forme occulte di pressione e imposizione.

Chi cerca di bucare la cappa dell’ossequio acritico a Pechino è il fronte democratico, sostenuto dalla grande maggioranza della popolazione. Raduna i partiti d’opposizione (il più recente, sorto nel marzo 2006, è il "Civic Party", il Partito civico), i sindacati liberi, le organizzazioni di base e non governative, gli avvocati, una piccola parte della stampa, alcuni gruppi alternativi, la Chiesa cattolica e buona parte di quella protestante. Questo schieramento insiste nel sostenere la «diversità» di Hong Kong, puntando cioè sulla seconda parte della formula «un Paese-due sistemi», in ragione della quale difende i diritti civili e chiede con forza riforme e libertà politiche a Hong Kong e in Cina.

Pur contando sulla gran parte dei voti popolari, i democratici sono in minoranza in Parlamento, dove la maggioranza filo-Pechino è garantita grazie a un sistema complesso di nomine ed elezioni. Ogni loro proposta viene bocciata, e il primo capo esecutivo, Tung Chee-hwa, per lunghi anni si è rifiutato persino di incontrarli, accusandoli di mancanza di patriottismo. Molti democratici non possono entrare in Cina, neanche per turismo o visite familiari. Il fatto che questo schieramento, pur maggioritario, non abbia un potere rappresentativo e politico adeguato, è la causa principale del senso di frustrazione e insoddisfazione che pervade ancora larghi settori della società.

Colpisce, peraltro, osservare che la quasi totalità dei "leader" più prestigiosi del movimento democratico sono cattolici. Tra gli altri, ricordiamo figure quali Martin Lee, Emily Lau, Christine Loh, Margaret Ng, Szeto Wah, Lei Cheuk-yan, Audrey Eu, Cyd Ho, Alan Leong, Jackie Hung…

Martin Lee è stato vittima nel maggio 2004 di un incredibile attacco personale, che ricorda i metodi maoisti: venne, infatti, denigrato pubblicamente come nemico della rivoluzione! Lee ha reso giustizia a suo padre, un generale dell’esercito nazionalista, ricordando che egli, da vero patriota, combatté coraggiosamente contro i giapponesi, e godeva della stima di Zhu Enlai, il potente primo ministro comunista dal 1949 al 1976.

Emily Lau è l’energica e severa "leader" di "The Frontier" (La Frontiera), un piccolo partito per i diritti umani e la democrazia. Già giornalista della "Bbc", Lau, 53 anni, è stata negli anni Novanta la prima donna eletta nelle consultazioni popolari. Il suo ufficio si trova in una zona popolare, nella città satellite di Shatin, dove ha anche sede un movimento per i diritti delle donne, del quale è presidente. Nel manifesto programmatico della «Frontiera», la democratizzazione della Cina è collocata al primo posto.

Nel marzo 2007 per la prima volta un esponente del movimento democratico, l’avvocato Alan Leong, membro del Partito civico, ha sfidato il candidato governativo Donald Tsang (anch’egli cattolico) nell’elezione del capo esecutivo di Hong Kong. Il risultato era scontato, visto il carattere non democratico del voto.

Ma la vera stella nascente del movimento democratico a Hong Kong è Audrey Eu, tra le fondatrici del Partito civico, una brillante avvocatessa che unisce il fascino personale all’indipendenza di giudizio e alla capacità di dialogo con tutti. Come documenta l’intervista che proponiamo nelle pagine successive, Eu rappresenta l’anima più «equilibrata» del movimento democratico, all’interno del quale ne alberga anche una più «militante» e decisa, ben incarnata da Jackie Hung, che pure si è raccontata a "Mondo e Missione".

Sul fronte opposto, la fazione pro-Cina. Comprende i partiti pro-governo, le potentissime varie "lobby" politico-finanziarie, i temuti rappresentanti della Cina a Hong Kong, i gruppi di base organizzati da Pechino, le organizzazioni religiose ufficiali dei buddhisti e dei taoisti, i sindacati filo-Pechino, buona parte della stampa e del mondo dello spettacolo. Questo schieramento insiste sulla prima parte della formula «un Paese-due sistemi», e auspica una Hong Kong sempre più simile al resto della Cina. A questo scopo fa leva sul sentimento nazionalista.

Proprio il patriottismo è stata la carta giocata la notte dell’"Handover" da parte dei nuovi capi di Hong Kong. L’esempio più eclatante fu il solenne ingresso dell’Esercito popolare di liberazione, che percorse le vie cittadine nelle prime ore del primo luglio 1997. Una schiera non numerosa di cittadini, per la maggior parte organizzati e ricompensati dalle "lobby pro-Cina", li acclamava sotto una pioggia battente. Ma la gente comune non si lasciò coinvolgere.

Nel corso degli anni, tuttavia, il sentimento patriottico è cresciuto, con grandi manifestazioni di massa, come nel caso della visita trionfale di Yang Liwei, il primo astronauta cinese (novembre 2003), o per l’esposizione di una preziosa reliquia buddhista (maggio 2004).

La galassia pro-Cina trova il modo per giustificare qualsiasi cosa compiuta dal regime cinese, fosse anche il massacro degli studenti del 1989, considerato un episodio infelice ma necessario per la stabilità della Cina. Per costoro Hong Kong è solo una città economica e finanziaria, e la gente è apolitica e indifferente, interessata solo al benessere materiale.

Proprio sul terreno economico si è giocata la prima grande sfida vissuta da Hong Kong, a poche settimane dal «ritorno»: una grave crisi ha messo in ginocchio molte famiglie e piccole attività. La punta critica più drammatica si è avuta nel 2003, quando, a causa dell’epidemia della "Sars", Hong Kong è stata isolata dal resto del mondo e ha seriamente temuto per il suo futuro. Ma è stato proprio il 2003, grazie alle manifestazioni popolari, l’anno cruciale della rinascita e della svolta. Da quell’anno, molte cose sono cambiate. La protesta contro l’"articolo 23" ha aiutato il campo democratico, che sembrava un po’ in crisi a causa della sua sistematica emarginazione dal potere politico, a unirsi e a credere nelle proprie possibilità. Negli anni successivi le manifestazioni del primo luglio, promosse dal Fronte civico (la rete che unisce le forze di opposizione, coordinate da Jackie Hung), hanno posto come obiettivo le riforme democratiche e il suffragio universale. Pechino ha respinto tale richiesta, senza indicare nessuna data per la piena democratizzazione di Hong Kong, che pure è prevista dalla "Basic Law" (Legge base). Il fronte pro-Cina giustifica il rinvio "sine die" con una supposta mancanza di maturità politica di Hong Kong e la necessità di una certa gradualità. Sono argomentazioni fuori della realtà, essendo Hong Kong una delle società più avanzate e sofisticate di tutta l’Asia. In realtà, i cittadini di Hong Kong sono vittime di «razzismo politico» da parte della propria classe dirigente.

Nel 2005, Tung Chee-hwa, l’impopolare capo esecutivo, fu costretto a dimettersi dai nuovi dirigenti di Pechino, i quali decisero di puntare su Donald Tsang, un funzionario capace e gradito alla popolazione. Da quel momento il numero dei partecipanti alle marce del primo luglio è diminuito progressivamente, dando adito ai commentatori pro-Cina e ai dirigenti stessi di Pechino di parlare di declino e di fallimento del movimento democratico.

Tale risultato, in realtà, non deve sorprendere. Il clima politico era cambiato: dopo le sorprendenti proteste del 2003, la Cina ha preso importanti contromisure, avviando una complessa politica di attenzione verso Hong Kong. Eliminato Tung, si erano attutiti i contrasti tra amministrazione e cittadini. La gente era disposta a dare una possibilità a Donald Tsang, appena entrato in carica, che tentava di conciliare le due anime della città. L’economia viveva una ripresa sostenuta da Pechino, con massicci interventi, a cominciare da accordi commerciali particolarmente favorevoli e dalla promozione del turismo cinese. I nuovi arricchiti del continente si sono dimostrati disposti a spendere una grande quantità di denaro, salvando e sollevando così le attività commerciali e turistiche della città.

Il fronte democratico, che ha sofferto in termini di credibilità politica anche per divisioni interne, gode comunque ancora di un fortissimo sostegno popolare. Molti sono coloro che continuano a manifestare il 4 giugno (per ricordare piazza Tiananmen), e lo stesso primo luglio.

Quanto alla Chiesa cattolica, pur rappresentando solo il 5 per cento della popolazione, continua ad avere un impatto che va ben al di là dei numeri. Oltre al servizio dell’evangelizzazione, essa svolge nella società di Hong Kong una importante funzione educativa e sociale e gestisce una serie di servizi che non hanno conosciuto battute di arresto in questi dieci anni. Anzi, grazie alla "leadership" esercitata dal cardinale Giuseppe Zen, conosciuto come la «coscienza di Hong Kong», è possibile affermare che la Chiesa ha accresciuto la sua autorevolezza e il suo peso in città.