Hong Kong - Singolare iniziativa editoriale

RITAGLI   Don Milani parla il cantonese?   CINA

Un prete scomodo, testi coraggiosi e provocatori.
Don Milani sbarca in Cina, grazie ai missionari del Pime.
E a un gruppo di giovani locali affascinati dal priore di Barbiana.


Gianni Criveller, missionario del Pime a Hong Kong
("Mondo e Missione", Gennaio 2006)

«A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. L’umanità intera concorda sul fatto che essi non dovevano obbedire, perché c’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della coscienza».
È un passo della celebre Lettera ai giudici, uno dei testi più famosi di don Lorenzo Milani. Tra non molto, questo libro che, al suo apparire, suscitò in Italia una vasta eco, sarà disponibile ad Hong Kong in lingua cinese.
La pubblicazione della Lettera ai giudici fa seguito alla traduzione, già realizzata alcuni mesi fa, di un’altra opera milaniana, quella Lettera a una professoressa che a distanza di decenni continua a mantenere grande attualità.

Il progetto di tradurre don Milani in cinese è nato all’interno dell’Università per il diritto di residenza (Right of Abode University) in Hong Kong, nel pieno della battaglia civile per la tutela dei figli di genitori cinesi che chiedevano il ricongiungimento familiare.
L’ispiratore della traduzione di Lettera a una professoressa è padre Franco Mella, molto noto a Hong Kong per il suo impegno sociale (M.M., maggio 2002, pp. 47-49)
Padre Mella ha sperimentato con i ragazzi dell’Università per il diritto di residenza il metodo milaniano della scrittura collettiva. Nel 2004, i ragazzi hanno scritto una lettera al direttore del Dipartimento dell’Immigrazione di Hong Kong, protestando per i diritti loro negati.

L’Università del diritto di residenza è una scuola su base volontaria, iniziata più di tre anni fa da padre Mella. Gli alunni sono ragazzi e giovani di Hong Kong che, non avendo il permesso di soggiorno dal governo, pur avendone diritto, non possono frequentare le scuole pubbliche, né avere un lavoro. Tra varie traversie, cambi di sede e modalità di attività, l’Università ha coinvolto oltre duecento studenti ed una cinquantina di insegnanti volontari. Se l’ispiratore principale è stato padre Mella, la scuola ora va avanti anche senza di lui, dal momento che egli risiede prevalentemente in Cina, dove insegna in «stile milaniano».
La scuola viene condotta in autogestione con il supporto di docenti volontari: insegnanti di scuole pubbliche, studenti e professori universitari, gente impegnata in gruppi di base e qualche missionario. La gamma delle materie trattate è molto varia: storia, economia, politica, musica e fotografia. Essendo una scuola di ispirazione milaniana, un’attenzione particolare va alle lingue: calligrafia cinese, cinese scritto, giapponese, inglese, francese, spagnolo e italiano.
È stato proprio un gruppetto di studenti simpatizzanti dell’Università a tradurre Lettera a una professoressa. Kong Kingchu, una nota giornalista che ha insegnato nella nostra scuola, e che sostiene le cause di padre Mella, l’ha pubblicata presso l’editrice Step Forward Multimedia, di cui è proprietaria.
Lettera a una professoressa è uscita nel settembre 2005 nelle librerie di Hong Kong. Vari giornali di lingua cinese, tra cui il settimanale cattolico Kong Kaopo, hanno parlato del libro. I commenti sono lusinghieri, nonostante la grande distanza tra la situazione scolastica di Hong Kong e quella descritta da don Milani, giustamente rilevata nelle recensioni.
Quanto alla diffusione, non abbiamo aspettative eccessive: Lettera a una professoressa è di difficile impatto e non potrà attirare un vasto interesse. Abbiamo fatto, consapevolmente, un’operazione innanzitutto di tipo culturale, puntando alla fedeltà al testo originale, che comprende vari complicati grafici. Abbiamo inserito schede sulla figura di don Milani e sull’esperienza milaniana a Hong Kong, in modo da rendere il più possibile familiare al lettore cinese il profilo e il messaggio del priore di Barbiana. 
Al di là delle diversità temporali ed ambientali, il problema denunciato da don Milani e dai ragazzi di Barbiana, non è stato superato. Don Milani denunciava un’educazione classista, basata sul nozionismo e sulla competizione, che favorisce i privilegiati. La disuguaglianza sociale, secondo don Milani, esisterà finché i poveri non avranno la parola, cioè gli strumenti culturali per difendere e promuovere i propri diritti. Ora, non pochi osservatori rilevano come il sistema educativo in Hong Kong e in Cina si basa ancora sul nozionismo e favorisce chi proviene da un ambiente agiato, perché ha più strumenti di successo. Il disagio tra gli studenti di Hong Kong è purtroppo gravissimo, molti non reggono al ferreo sistema scolastico, cosicché il numero dei suicidi tra gli studenti è assai alto. Per quanto riguarda la Cina, i poveri sono ancora illetterati, cioè senza parola e senza la possibilità di far valere i propri diritti. Nelle zone rurali e arretrate del Paese, i più poveri non hanno ancora accesso alla scuola, in quanto non è gratuita.
In testi in corso di pubblicazione, che, anche po’ impropriamente, vanno sotto il titolo de L’obbedienza non è più una virtù, sono le due lettere che don Milani scrisse nel 1965 sul tema dell’obiezione di coscienza. La prima è una lettera a un gruppo di cappellani militari, che gli è valsa una denuncia. La seconda, la famosa Lettera ai Giudici, è l’autodifesa di don Milani. Alcuni studiosi considerano tale lettera il capolavoro del priore di Barbiana.
La traduzione (in inglese e cinese) de L’obbedienza non è più una virtù viene fatta in collaborazione con la Commissione giustizia e pace della diocesi di Hong Kong, nota per le sue coraggiose prese di posizione sui temi della giustizia e dei diritti umani in Hong Kong e in Cina. Oltre che alle necessarie introduzione tematiche, sono state inserite le note indispensabili per illustrare i riferimenti di don Milani a personaggi ed episodi della storia italiana.

L’insegnamento di L’obbedienza non è più una virtù è attuale, in Hong Kong e in Cina, per due motivi. Innanzitutto, don Milani affronta il tema del rapporto tra coscienza morale e legge dello Stato. A molti, anche tra i cattolici, questa distinzione non risulta evidente: una legge va obbedita e basta. Ma se la legge è ingiusta? Anche la legge ingiusta imposta da un regime dittatoriale o totalitario? Don Milani tratta questa questione con una grande lucidità e afflato profetico. Questa lezione è attualissima oggi a Hong Kong e soprattutto in Cina, dove molte leggi sopprimono basilari diritti umani.
Il secondo motivo di attualità riguarda la severa critica milaniana alla nozione di patriottismo e nazionalismo. Con la fine dell’ideologia comunista (ma non del regime comunista), il governo della Cina strumentalizza il tema del patriottismo per legittimare il proprio potere. Anche su Hong Kong si è allungata l’ombra ambigua del «patriottismo». Il linguaggio politicamente corretto in auge afferma che il buon cittadino di Hong Kong deve, sopra ogni altra cosa, amare la patria. In pratica, in Cina come a Hong Kong, questo significa sottomissione totale al governo. Chi critica il governo è additato come anti-patriottico, disfattista, strumento dei «nemici della patria». Don Milani ha parole molto dure contro questa mentalità. Basterebbe rileggere questo passo dalla Lettera ai cappellani militari. «Non discuterò qui l’idea di patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto, senza essere richiamati dalla curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto».

Ci auguriamo che la lezione di don Milani contribuisca a creare un’opinione più informata su questi temi. Esemplare è la recente vicenda che ha coinvolto la filiale di Yahoo! di Hong Kong. Yahoo! ha giustificato la consegna alla polizia cinese del giornalista Shi Tao, un giovane poeta e giornalista della Cina Popolare, con la necessità di obbedire alle leggi. Shi Tao aveva semplicemente trasmesso via e-mail (utilizzando il suo indirizzo Yahoo!) contenuti di una circolare governativa, che prescriveva la repressione di ogni commemorazione del massacro di Piazza Tiananmen.
Molti rimangono impressionati da questi argomenti: una legge è stata violata, un segreto di Stato è stato violato, dunque si è diffamato e danneggiato la patria. Si finisce così per assecondare le perverse argomentazioni di un regime autoritario (la Cina) e di una multinazionale senza scrupoli (Yahoo!). Per evitare tale gigantesca manipolazione c’è bisogno di aria nuova e fresca, di mentalità diverse, di altre scuole di pensiero, come la lezione di don Milani.
Mi è stato chiesto come mai un autore, che fu accusato di essere un prete comunista dalla stampa di destra, dagli ambienti militaristi e dai clericali conservatori, non abbia trovato spazio in Cina in passato. In realtà, don Milani viene considerato prete di sinistra solo da chi non lo conosce affatto. Anche se il suo slogan I Care è stato utilizzato in un recente congresso dei Democratici di Sinistra, don Milani non è inquadrabile nello schema ideologico che ha diviso l’Italia negli ultimi decenni.
Don Milani era severo verso la Chiesa, ma la sua non era una contestazione teologica o ideologica. Egli voleva una Chiesa evangelica, povera, che lottasse con i poveri. Lui stesso, da ricco che era, ha vissuto da povero e pagato in prima persona le sue scelte. Don Milani contestava la Chiesa dall’interno, considerandola sempre «sua madre», e obbedendole fino alla fine, addirittura con scrupolo.

Don Milani era ancora più severo verso il comunismo. Contesta al settimanale del Pci Rinascita di essersi impossessato della sua lettera ai cappellani: «Ma essa non merita l’onore d’essersi fatta bandiera di idee che non le si addicono, come la libertà di coscienza e la non violenza».
Don Milani era radicalmente nonviolento, come Ghandi, che citava spesso. Era per la libertà e l’obiezione di coscienza, per i diritti umani, contro gli eserciti, contro l’esaltazione della nazione e delle ideologie, contro la pena di morte, per la partecipazione civile di tutti. Il comunismo, invece, scrive in Esperienze pastorali (1958), «non val nulla. Una dottrina senza amore. Una dottrina che non è degna di un cuore di giovane. Avesse almeno realizzazioni avvincenti. Ma nulla. Uomini insignificanti, un giornale infelice, una Russia che a difenderla ci vuol coraggio».
Don Milani contestava il mondo borghese reinventatosi progressista, ma sempre attaccato ai propri privilegi e disinteressato al popolo. In questo, aveva la stessa lucida profezia di un altro personaggio scomodo e non inquadrabile, come Pier Paolo Pasolini.
Don Milani adottò il «blocco continentale», cioè il secco rifiuto di ricevere a Barbiana persone benestanti e laureate. Accusava i borghesi di salire a Barbiana per discutere, come in un salotto, con auto-compiacenza e ipocrisia, con il «prete ribelle». Pochi mettono in rilievo, però, che don Lorenzo, già gravemente ammalato e sofferente, sapeva che gli sarebbe rimasto poco da vivere. Ha preferito, dunque, trascorrere molte giornate della sua giovane vita in compagnia di Marcello, un bambino trovato nella misera casupola di una poverissima famiglia contadina. Al piccolo Marcello, che aveva gravi ritardi e difficoltà di apprendimento, don Lorenzo pazientemente e disperatamente insegnava ad esprimersi.