CINA - Il regime spia Internet e i new media. Ma…

RITAGLI   La rivolta dei cyber-dissidenti   CINA

Il controllo politico sul Web è serrato e si giova della complicità delle multinazionali.
Ora, però, intellettuali e giornalisti cercano nuove vie d’uscita.

La Bandiera della Cina, accanto al palazzo degli uffici di Google...

Gianni Criveller
("Mondo e Missione", Maggio 2006)

Per molti anni si è detto che Internet avrebbe cambiato la Cina. Ma, almeno finora, è avvenuto il contrario: è la Cina ad aver cambiato Internet. In peggio. Se n’è avuta una conferma lo scorso 15 febbraio, quando funzionari di quattro colossi della rete, Yahoo!, Microsoft, Google e Cisco, sono stati convocati davanti alla Commissione per le relazioni internazionali del Congresso degli Stati Uniti. Il democratico Tom Lantos, superstite dell’Olocausto, ha sintetizzato il sentimento dei suoi colleghi così: «Le vostre ripugnanti attività in Cina sono una vergogna. Non capisco proprio come i capi delle vostre società possano dormire la notte». Alla giustificazione delle società di obbedire semplicemente alle leggi locali, i membri della Commissione del Congresso hanno obiettato che esse non sono migliori delle aziende, come l’Ibm, che hanno attivamente collaborato con il regime nazista.
A partire da maggio 2004, ben 81 persone, il più alto numero in tutto il mondo, sono state arrestate in Cina per aver espresso opinioni politiche su Internet. La Cina è anche il Paese al mondo con il più efficiente sistema di intercettazione di e-mail e di censura di Internet. E ciò grazie alla tecnologia venduta da Cisco e Miscosoft, e alla collaborazione prestata da Yahoo! e Google. Nei confronti di queste società il parlamentare americano Christopher Smith ha dichiarato: «Donne e uomini sono mandati ai gulag e sono torturati, come causa diretta delle informazioni passate ai funzionari cinesi».
I responsabili delle multinazionali si erano fino al quel momento rifiutati di rendere conto della loro collaborazione con il regime di Pechino. Lo scorso novembre Yahoo!, che ha consegnato alla polizia cinese e alla galera almeno due giovani cyber-dissidenti, aveva sprezzatamente ignorato l’invito, per altro assai cortese, a discutere della difficoltà ad operare liberamente in Cina con il Club dei giornalisti stranieri di Hong Kong (Foreign Corrispondent Club).
Li Zhi, 35 anni, funzionario civile, è stato condannato a 8 anni di reclusione per aver criticato la corruzione di funzionari locali (Dazhou, provincia del Sichuan) in gruppi di discussione su Internet. Li Zhi si era anche messo in contatto, via Internet, con un altro dissidente, Xie Wanjun, che aveva tentato di fondare in Cina il partito democratico. La condanna risale al dicembre 2003, ma solo l’8 febbraio di quest’anno si è avuto conferma del decisivo ruolo prestato da Yahoo!, come risulta dal testo della sentenza. Un altro sfortunato cliente di Yahoo! è il giornalista e poeta Shi Tao, 37 anni, di Changsha, Hunan, che sta subendo una condanna a ben 10 anni di carcere inflittagli nel 2005. Secondo quanto riferisce Reporters sans frontières, Shi Tao, detenuto presso la prigione di alta sicurezza di Chishan (Hunan), è sottoposto ad un regime di lavoro forzato particolarmente duro, convive con prigionieri ammalati, tanto che lui stesso ora soffre di polmonite e infezioni della pelle.

La linea di difesa scelta da Yahoo! è insostenibile sia dal punto di vista morale che sotto il profilo legale; e ciò è sconcertante. In effetti Yahoo! e il suo presidente Jerry Yang mentono quando affermano di obbedire alle leggi. La sede legale di Yahoo! in Cina è a Hong Kong, tanto che il nome giuridico della società è Yahoo! Hong Kong ltd. La tutela dei dati personali della posta elettronica delle compagnie americane a Hong Kong è la stessa che nel resto del mondo.
Anche all’interno della Cina si sono alzate voci di protesta. Per esempio, quella di Liu Xiaobo, presidente della sezione cinese di Pen International (la più antica organizzazione per i diritti degli scrittori), e uno dei più noti dissidenti cinesi, arrestato più volte e sempre sotto sorveglianza. Il 7 ottobre 2005 Liu Xiaobo ha scritto una lunga e vibrante lettera a Jerry Yang, condannando con asprezza «la complicità di Yahoo!» con il regime cinese. Questo documento è stato pubblicato lo scorso ottobre dalla rivista dei dissidenti cinesi Guangcha («Osservazione»), che esce negli Stati Uniti, e in Italia da Micromega. Il primo maggio 2005, insieme ad altri cinque scrittori indipendenti cinesi (Yu Jie, Lao Cun, Bei Cun, Yu Shicun e Wang Yi) egli aveva già scritto una lettera aperta di protesta e di solidarietà in favore di Shi Tao.
La perdita di reputazione dei colossi di Internet è notevole, anche se la consapevolezza della gravità del loro comportamento raggiunge soltanto una limitata schiera di persone. Per questo sono da apprezzare e appoggiare le campagne di boicottaggio dei prodotti di queste compagnie, soprattutto di Yahoo!. I mega-contratti tra le grandi compagnie della comunicazione elettronica e il regime cinese costituiscono una delle maggiori insidie alla libertà. Siamo in presenza di una gigantesca manipolazione, di cui gran parte delle vittime non ha gli strumenti per accorgersi.

Che la censura e la repressione non siano diminuite, ma solo più mirate e sofisticate risulta anche da altri gravi episodi di repressione intellettuale. Lo scorso 22 febbraio la polizia ha arrestato a Pechino Hao Wu, regista di documentari e assiduo collaboratore, con lo pseudonimo di Ting Yi, del blog di Global Voices, un’associazione di blogger (scrittori di blog) appartenente a Reporters Sans Frontières. Hao Wu, che scrive in inglese per aver passato dieci anni negli Stati Uniti, è stato arrestato mentre partecipava a un incontro con membri della Chiesa protestante non ufficiale, sulla quale stava preparando un documentario.
Lo scorso gennaio la rivista Bingdian («Punto di congelamento»), supplemento settimanale al Quotidiano della gioventù cinese, è stata soppressa a seguito della pubblicazione di un lungo articolo di carattere storico, firmato da Yuan Weishi. L’accompagnava un coraggioso editoriale del direttore, Li Datong, poi rimosso dall’incarico insieme al caporedattore Lu Yuegang. I due difendevano il diritto di pubblicare punti di vista «politicamente scorretti». Il grave episodio è stato puntualmente registrato da padre Angelo Lazzarotto sul numero scorso di Mondo e Missione. Purtroppo la chiusura di Bingdian non è un caso isolato: nel 2005 sono stati ben 79 i giornali soppressi, e sono stati sequestrati milioni di copie di libri illegali.
Gli episodi citati suscitano apprensione e invitano a una riflessione approfondita. Testimoniano la vivacità intellettuale e l’insofferenza nei confronti degli schemi ideologici di un segmento della società cinese. Negli ultimi numeri, Mondo e Missione ha messo in rilievo un altro elemento di novità: il gran numero di membri di partito aderenti a qualche religione. Le lettere di protesta alle autorità, la pubblicazione dell’articolo di critica storica, i tentativi di ritagliare sulla stampa e su Internet spazi per un libero dibattito segnalano un dato consolante: non tutti, in questo frangente storico, si sono appiattiti sulla frenesia economica e sulla retorica nazionalista. Esiste una minoranza intellettuale che cresce in modo autonomo rispetto ai dettami del regime. Si badi che questo mondo culturale alternativo non cresce grazie al regime o su suo tacito consenso. Piuttosto cresce nonostante il regime e la sua repressione, che riesce purtroppo a minimizzare  portata ed effetti del dissenso.
Il regime comunista è all’erta e si è attrezzato per ribattere alle spinte innovative. Le autorità non intendono affatto aprire una stagione di libertà e di diritti civili. Gli osservatori più attenti notano come il problema dei diritti umani si sia aggravato nell’ultimo anno. E, tra la sorpresa di non pochi commentatori, la leadership politica ha rimesso seriamente in circolo il dibattito ideologico: si è tornato a discutere seriamente del rapporto tra la via cinese al socialismo e l’economia di mercato. I fautori di una riaffermazione ideologica del primato del socialismo hanno avuto, dopo 15 anni di marginalità, una notevole rivalsa. Se n’è avuta una chiara eco all’assemblea del Congresso nazionale del popolo dello scorso marzo, quando una legge in favore della difesa della proprietà privata è stata bloccata per motivi ideologici. Il regime ha certamente allentato il controllo e la repressione in generale. Una parte della popolazione (circa il 10 per cento) si sta arricchendo grazie al boom economico. Per costoro le cose vanno bene così. Ma la maggioranza si misura con gravi ed accresciute disuguaglianze sociali ed economiche e non ha mezzi per organizzare il dissenso verso il governo.

La famosa contraddizione tra capitalismo economico e regime comunista, preconizzata da molti, non è affatto esplosa, né si vedono segni di una prossima crisi. Al contrario: il gruppo di potere è saldamente al comando della politica, dell’economia, dell’esercito e della comunicazione. Le contraddizioni e le crisi, potenzialmente enormi, vengono gestite e superate con successo, ricorrendo, laddove occorra, anche alla repressione spietata, come nel caso del Falun Gong, del Tibet, dei dissidenti e, in alcuni casi, anche dei leader delle Chiese clandestine.
Il controllo si concentra nei confronti di gruppi e individui capaci di un pensiero autonomo. La repressione è più mirata e sofisticata, ma non meno efficace. Sono dunque tenuti sotto stretta osservazione intellettuali, artisti, giornalisti, avvocati, attivisti politici e per i diritti umani, credenti appartenenti ai gruppi religiosi non irreggimentati nelle strutture di potere. Con la sua potentissima macchina propagandistica, il regime ha buon gioco nel denigrare in chiave nazionalistica gruppi e individui «dissidenti», dipingendoli come «guastafeste», senza amore per la patria, venduti ad interessi stranieri.
In Cina il sistema repressivo gode di buona salute perché sono ancora in piena efficienza gli strumenti che sostengono tutte le dittature: la propaganda e la polizia segreta. La propaganda imbonisce la massa; la polizia segreta si cura di scovare e reprimere i dissidenti.

Anche Internet è divenuto uno strumento utile allo scopo. C’è da aggiungere che, purtroppo, la quasi totalità degli utenti di Internet non si accorge nemmeno dei filtri censori, che si trovano alla fonte, come nei casi di Yahoo!, Google, e Microsoft. Il regime vince le sue battaglie prima di combatterle, come nel caso della prestigiosa Bbc (British Broadcasting Corporation). Di recente il sito della Bbc, sia quello di lingua inglese che di lingua cinese, è stato oscurato dalla censura cinese. Il gigante mediatico britannico non ha tuttavia desistito dal mettere piede nel mercato informatico cinese. La Bbc ha lanciato un nuovo apposito sito web, in inglese e in cinese, (www.bbcchina.com.cn), senza link con il sito ufficiale. Pechino stavolta non avrà obiezioni: il sito esclude in partenza tutti i temi sgraditi al regime. La Bbc afferma che intende raggiungere con il suo prodotto «vivace e attraente» (ma assolutamente innocuo), i giovani cinesi interessati ad imparare l’inglese. Non c’è dunque da aspettarsi che i giovani navigatori cinesi si applichino ad aggirare i filtri della censura per cercare notizie alternative.
Internet è già diventato uno strumento di propaganda, o, nei migliori dei casi, di apprendimento delle lingue. Ma, secondo l’esperienza di chi scrive, è soprattutto uno strumento di svago, di distrazione di massa. Nei numerosissimi e affollatissimi Internet Cafè sparsi in tutta la Cina, la stragrande maggioranza dei fruitori sono coinvolti in appassionanti video-games. Quando si dice "panem et circenses"…