La Cina si percepisce come qualcosa di più di una nazione tra le altre.
Gianni
Criveller*
("Mondo e Missione",
Gennaio 2007)
Per ospitare in grande stile il summit Cina-Africa, lo scorso novembre
Pechino si è vestita a nuovo: traffico sotto controllo, massiccia presenza di
forze di sicurezza, alberghi splendidi, auto di lusso a disposizione… Tutto
nella capitale era predisposto al meglio. Gli ospiti dovevano non solo sentirsi
a proprio agio, ma rimanere impressionati dalla grandezza ed efficienza del
Paese che li ospitava. Ed erano tantissimi: 3.500 delegati, in rappresentanza di
48 delle 53 nazioni africane. Mancavano solo cinque piccoli Stati che si
ostinano, si potrebbe dire, a stare con Taiwan. Già in passato, sulle pagine di
"Mondo e Missione", è stata segnalata l’enorme crescita degli
interessi della Cina in Africa e nello scorso numero è stata ospitata un’analisi
sui risvolti politici ed economici dell’evento...
Quello che più mi ha colpito del summit, il terzo tra la Cina e l’Africa, ma
certamente il più grandioso e pubblicizzato, è il grande significato
simbolico. La Cina convoca nella propria capitale un intero continente, verso il
quale predispone una specifica ed unitaria strategia politica ed economica. E l’Africa,
buttando alle spalle - si presume - rivalità interne, accetta compatta la
«convocazione».
Solo l’Onu riunisce, nella stessa città e per lo stesso scopo, tanti capi di
Stato. Solo il Papa ha l’autorità di convocare a Roma rappresentanti (nel suo
caso vescovi) provenienti da tutti i Paesi di un continente.
Il summit sino-africano mi sembra un’illustrazione eloquente della crescente
consapevolezza di sé che la Cina sta assumendo nel contesto delle nazioni. La
Cina si percepisce come qualcosa di più che una nazione fra le altre. È una
irresistibile super-nazione. I successi diplomatici, politici ed economici la
ricollocano nel ruolo centrale che, a suo modo di vedere, le spetta.
Essere il «Paese al centro» è l’immagine di sé che la Cina mutua,
spontaneamente, dal proprio nome, Zhong Guo, ovvero «Paese di Mezzo». All’inizio
il nome si riferiva al territorio attorno al medio corso del fiume Giallo, culla
della civiltà cinese, in contrapposizione alle popolazioni attorno, chiamate Yi,
cioè straniere. Il Paese di Mezzo si allargò progressivamente, includendo in
numero sempre maggiore popolazioni straniere, che a loro volta diventavano parte
della «terra di mezzo». Quando la Cina imperiale unificata giunge a
corrispondere all’attuale territorio, essa si chiama, e si sente più che mai,
il Paese di Mezzo. Nel mezzo delle altre nazioni, al centro del mondo. Per molti
secoli i rapporti dell’impero con le nazioni vicine, Corea, Vietnam, Giappone,
Tibet, Cambogia, Borneo… erano di carattere tributario, cioè esse erano in un
rapporto, almeno formale, di riverenza e sottomissione.
È noto che Matteo Ricci, nel compilare il famosissimo mappamondo abbia messo
cura nel porre la Cina «nel mezzo». Quaranta anni dopo (1623) un altro dotto
gesuita, Giulio Aleni, intitolò "Cronache dei Paesi non-tributari" (o anche non
di nostra competenza) il suo fortunatissimo libro di geografia mondiale, il
primo del genere scritto in cinese.
Allo stesso Aleni i letterati chiesero genuinamente perplessi: «Perché il
Signore del Cielo non è nato in Cina? Quanto sarebbe stata più facile la
propagazione della vera dottrina in tutto il mondo!». E ancora: «Perché il
Signore del Cielo ha permesso che la Cina rimanesse "fuori" per un
così lungo tempo?».
Per secoli i cinesi hanno avuto una percezione geografica e conseguentemente
culturale del mondo concentrica: il «Paese di Mezzo» al centro; attorno i
Paesi tributari; e infine, nel cerchio esterno, i Paesi non tributari/stranieri.
La Cina ha anche tentato la via del completo isolamento. Il «Paese di Mezzo»
doveva bastare a se stesso. Nella nostra epoca avvenne due volte: nel 1898, con
il sabotaggio dei «cento giorni di riforme» e la conseguente disastrosa
rivolta dei Boxer (1900); e durante le campagne politiche del maoismo, in
particolare con la Rivoluzione culturale (1966-1976). Ma la Cina è ora tornata
sui suoi passi, per essere, ancora una volta, «terra di mezzo». Si raccolgono
i frutti dell’apertura di Deng Xiaoping (1979). Oggi la Cina è cosciente
della sua forza, e la fa pesare con ambizioni e progetti grandi quanto un
continente. Lo si è visto, in modo emblematico, con la convocazione a Pechino
del continente-Africa.
*Missionario del Pime, sinologo, Hong Kong (Cina)