DA HONG KONG

RITAGLI    I coraggiosi e tragici eroi di Tiananmen    SPAZIO CINA

P. Gianni Criveller*
("Mondo e Missione", Giugno-Luglio 2007)

Il 4 giugno di ogni anno Hong Kong mostra il suo lato migliore: nel parco Vittoria decine di migliaia di cittadini si radunano per ricordare la strage di Piazza Tiananmen. L’emozionante veglia avviene da 18 anni: è un "happening" popolare da vivere con gli amici e la famiglia, portando i figli piccoli, che il 4 giugno 1989 non erano neanche nati. Per loro non c’è altro modo di conoscere. Non c’è traccia della strage nei libri di scuola, né è un argomento ricordato volentieri sui "media" o in celebrazioni pubbliche.

Menzionare la parola «Tiananmen» non solo è politicamente scorretto, ma persino scortese. La parola d’ordine della politica, delle istituzioni e del mondo accademico di Hong Kong è lasciar perdere l’ingombrante «incidente controrivoluzionario», come viene ufficialmente definito a Pechino. La parola d’ordine della manifestazione, invece, è «ricordare». «Finché i martiri di Tiananmen non saranno riabilitati, ogni 4 giugno noi continueremo a venire qui. Finché non ci sarà giustizia, non abbandonerò questa battaglia», grida con passione Sito Wah, l’anziano e carismatico "leader" del movimento di sostegno agli studenti. Hong Kong è rimasta l’unica città al mondo dove la loro memoria viene onorata, offrendo una prova di coraggio e civiltà insospettata negli altri giorni dell’anno.

Tra gli appuntamenti della commemorazione, il messaggio di Ding Zilin, "leader" delle «madri di Tiananmen», gruppo illegale in Cina ma attivo a Hong Kong per raccogliere informazioni e testimonianze su quanti sono stati uccisi quella notte. La signora Ding, sconvolta dall’omicidio di suo figlio, ha cercato le madri di altri ragazzi per capire quante fossero le vittime. Ancora oggi non se ne conosce il numero esatto. La lista da lei redatta contiene 186 nomi; ma gli uccisi supererebbero il migliaio. Tuttavia molte famiglie preferiscono non denunciare la scomparsa di un congiunto, per non fronteggiarne le conseguenze. La coraggiosa Ding, nominata per il premio Nobel per la pace, è stata ostacolata in ogni modo: seguita, interrogata, arrestata e confinata presso la sua abitazione. Nel frattempo le autorità negano incredibilmente il massacro, sostenendo che «nessuno è morto a Tiananmen». In effetti, quasi tutti sono stati uccisi nelle vie che conducono al centro, dove la popolazione era scesa per fermare i carri armati, sostenere la lotta degli studenti, e anche per curiosità, convinta che i soldati non avrebbero fatto fuoco contro la gente. E invece spararono sulle persone in strada e affacciate: una strage di cittadini di ogni età, non degli studenti in protesta. Jiang Jielian, il figlio diciassettenne di Ding Zilin, è morto così: non ha mai raggiunto la piazza, non aveva mai aderito al "sit-in" delle settimane precedenti.

Anche Wang Dan, il "leader" studentesco più rispettato, parteciperà alla veglia del 4 giugno con una telefonata. Rilasciato dopo molti anni di prigionia a condizione di andare in esilio, qualche mese fa ha chiesto di essere assunto all’università di Hong Kong. Purtroppo è assai improbabile che il governo gli permetta di stabilirsi in questa città, formalmente libera, ma di fatto dominata dalla seguente legge non scritta: si deve fare secondo i desideri di Pechino, anche quando non siano stati esplicitati. E Pechino non desidera affatto fare i conti con l’imbarazzante eredità del massacro del 1989. Pensa, e con buona ragione, che il mondo se ne sia dimenticato. Persino in Cina se ne sta perdendo la memoria. Anzi, si arriva a incolpare gli studenti, facendoli passare per gioventù sprovveduta e ingannata dall’americanismo.

Continuo a stare dalla parte dei ragazzi. Hanno interpretato con coraggio il ruolo profetico che, a partire dal movimento del 4 maggio 1919, gli universitari esercitano nella società. Di americanismo erano malati, piuttosto, i responsabili della strage, molti dei quali avevano i figli piazzati negli atenei esteri più costosi. La corrotta classe politica e militare che si è macchiata di questo orribile crimine si è nel frattempo arricchita a dismisura, importando sul suolo cinese capitalismo, multinazionali e "McDonald’s", proprio per imbonire di consumismo e frivolezza la gioventù degli anni Novanta. L’operazione è (purtroppo) riuscita in pieno: rispetto agli innocui giovani di oggi, gli studenti di piazza Tiananmen appaiono davvero come eroi coraggiosi e tragici.

*Missionario del Pime, sinologo, Hong Kong (Cina)