Non posso tacere dopo 23 anni di "esperienza"

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Eluana capace di "relazione"

Guido Crocetti
("Avvenire", 8/2/’09)

Non posso tacere. La mia attività professionale – di "psicologo clinico" alla "Sapienza" di Roma – mi impone di dare voce alle persone che ho accompagnato alla morte. Adulti e bambini. Lavoro dal 1986 con "pazienti oncologici". Non porto "dati scientifici", ma l’esperienza di un "uomo di scienza". La "vita vegetativa" è una vita. Una delle tante possibili.
Ed è una vita di "relazione". In quella condizione non sono disponibili gli strumenti comunicativi razionali, simbolici e verbali. Anche gli strumenti propri della comunicazione "mimica" sono ridotti, ma non assenti. Gli occhi possono essere aperti e, con la testa, possono muoversi; è presente il ciclo "sonno-veglia"; può essere presente la risposta ad alcuni stimoli dolorosi, eccetera. La comunicazione, che crea la relazione, è dei corpi, dei "canali sensoriali". Attivi ed attivanti nell’interlocutore risposte agite poi nel "contatto". La sofferenza, ad esempio, quella che deve essere lenita con i farmaci, è un modo comunicativo che attiva, mantiene e conclude una relazione. Il dolore è del corpo, la sofferenza che scaturisce dal dolore è della relazione tra corpi, tra persone. In altre parole ogni interlocutore è talmente incluso nella realtà del paziente da essere lo strumento della sua stessa comunicazione "esperienziale". Uno strumento che per essere tale deve essere vivo e disponibile. Consapevole di essere vivo. Non può cioè essere "inficiato", ostacolato, alterato dalle "angosce di morte" che tolgono la coscienza di essere vivo.
Il "morente" è, banalmente, un essere umano vivo in lotta con la malattia e alle prese con il "suo" passaggio estremo. È quello un momento in cui ha bisogno di essere tenuto in un "abbraccio" che comunica vita. Vita senza "filtri" e senza i tre "fantasmi" di morte. Terribili e insostenibili: la perdita del legame, l’abbandono nella solitudine, il rifiuto nell’odio. Quest’"abbraccio" non può essere preteso dal familiare coinvolto nella malattia estrema, "disorientato" e confuso. Le "istituzioni di cura" devono dare "cura" e dunque quell’"abbraccio" che include, come utente, il parente del paziente in "stato vegetativo".
E allora io parlo con il "morente". Parlo di tutto.
Esattamente come una madre fa con il suo bambino appena nato. Come lei so che non capisce le mie parole e, tuttavia, comunico con lui attraverso il tono della mia voce modulato dal suo stato attuale.
Veicolo, senza citarle, le emozioni e le motivazioni alla base del mio essere nella vita con lui in quel momento dell’incontro e con la consapevolezza di essere vivo. Se ho la morte dentro, se vivo inseguendo la vita e le sue "seduzioni", invoco l’"eutanasia"; altrimenti mi relaziono e comunico con il mio corpo il mio essere vivo in lotta, a suo fianco, con la malattia, sua e mia, e la morte, sua e mia.
Nessun essere umano radicato alla vita e ai suoi processi "generativi", "trasformativi" e "ricreativi" chiede l’"eutanasia"; chiede vita e si affida ad essa e ai suoi processi, anche dolorosi. E solo chi ha la morte nelle radici delle sue motivazioni a vivere chiede la morte. Ma è una richiesta d’aiuto. Esattamente la stessa del "suicida". Con il suo gesto, il "suicida", chiede comunque vita illusa oltre il gesto.
Eluana è una "bambina" priva di "coscienza" e di parole, come un neonato; ma non per questo incapace di attivare, mantenere e concludere una "relazione" condivisa e goduta. Come un neonato chiede un "abbraccio" nel quale la parola è solo un suono che evoca sensazioni diffuse e indefinite ma "leganti".