Creativi e fedeli, le parole d'ordine a Verona

RITAGLI   Chiesa di popolo. Il minimo? No, il massimo   DOCUMENTI

Lino Cusinato
("Avvenire", 18/10/’06)

La relazione di don Franco Giulio Brambilla al Convegno di Verona, che tra i tanti pregi ha quello di riferirsi costantemente alla Chiesa concreta, incarnata nel territorio e segnata dalla storia, è particolarmente efficace, nella seconda metafora della «casa di pietre vive edificata da Dio», là dove invita ad «immaginare la Chiesa come una comunità di popolo».
Egli riconosce che «la Chiesa italiana in questi anni ha deciso di privilegiare e coltivare in modo nuovo e creativo la caratteristica popolare del cattolicesimo italiano, prendendosi cura della coscienza delle persone, della loro crescita e testimonianza nel mondo».
Scelta che egli valuta giusta ed importante. Infatti «popolarità del cristianesimo non significa la scelta di basso profilo di un cristianesimo minimo, ma la sfida che la tradizione tutta italiana di una fede presente nel territorio sia capace di rianimare la vita quotidiana delle persone, di illuminare le diverse stagioni dell'esistenza, di essere significativa negli ambiti del lavoro, del tempo libero, di plasmare le forme culturali della coscienza civile e degli orientamenti ideali del Paese. Popolarità del cristianesimo è allora la scelta della misura alta della vita cristiana ordinaria». Sulla base di questa tradizione, oggi «bisogna favorire le soglie di accesso alla fede e aprire le finestre sul mondo della vita, perché ci si occupi soprattutto del destino della coscienza cristiana». A questo scopo occorrono «credenti maturi e testimoni», primi i laici, dei quali occorre favorire la «vocazione formativa, comunionale e secolare».
Credo che se questa sarà la strada delle Chiese italiane per il prossimo decennio (e per il futuro), davvero significherà infondere vigore alle nostre radici, liberando energie finora sopite e anche mortificate, dare alle comunità cristiane rinnovata coscienza che non hanno mai perduto il retto sentiero, anche nei momenti di disorientamento.
Che la Chiesa sia "popolo di Dio" ce lo ha ricordato autorevolmente il Concilio Vaticano II. Là dove le comunità cristiane hanno saputo camminare fedelmente sui sentieri dell'incarnazione, facendo proprio il tempo feriale degli uomini, condividendo le fatiche (e le gioie) man mano che si presentavano, aiutando a fare verità e a recuperare energie alle sorgenti della fede, l'identità cristiana si è rivelata resistente e non s'è perduta la capacità di fare della propria fede un dono.
Quando noi parliamo, o "immaginiamo" una Chiesa di popolo, non riusciamo mai a pensare i preti senza i laici, né questi senza o in contrasto con i loro pastori, perché hanno bisogno gli uni degli altri: nella comunione si ritrovano idonei a costruire il regno di Dio. Le stagioni ferventi del nostro recente passato, ricco non solo di iniziative caritative, sociali e culturali, ma più ancora di testimonianze di santità, sono segnate dal profondo sentire comune tra preti e laici, sia come amore alla Chiesa che come passione per l'uomo. Una "casa viva" è quella dove i diversi carismi si riconoscono, si onorano, e sono donati e accolti "per l'utilità comune".
Preti e laici, religiosi, associazioni e movimenti, uniti attorno al proprio vescovo: è questa la forza di una Chiesa. Ma tutti protesi alla santità della vita «con lo sguardo fisso su Gesù morto e risorto»; e tutti appassionati nel farsi prossimo ad ogni uomo in modo operoso e generoso, specialmente agli ultimi, ai piccoli e ai poveri.
Credo preziose le due indicazioni di don Brambilla. Oggi dobbiamo favorire le soglie di accesso alla fede. Non è tanto un rinnovo della catechesi e delle celebrazioni; occorre essere in ascolto dello Spirito che «ci suggerirà ogni cosa», specialmente come essere «testimoni della speranza che è in noi», e come «renderne ragione». Creativi e fedeli insieme, perché la fede sia affascinante.
E dobbiamo «aprire le finestre sul mondo della vita», la quale, proprio perché vita, cambia continuamente. A volte si presenta come brezza primaverile, a volte come minaccioso vento autunnale. Ma è la vita. Se Gesù è nella barca, e la comunità impaurita è stretta attorno a lui, non c'è motivo di temere.