La persona ha trovato il suo "paladino"
Il "relativismo"
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sferzato dal podio più alto
Francesco
D’Agostino
("Avvenire",
19/4/’08)
Il discorso di Benedetto
XVI all’"Assemblea
plenaria" dell’"Onu"
costituisce un esempio rilevante di come debba essere correttamente impostato un
discorso "antropologico". Il Papa comincia coll’elogiare i
"princìpi" fondativi che stanno alla base delle "Nazioni
Unite": la pace e la giustizia, il rispetto per la persona, la
"cooperazione" umanitaria, l’assistenza, la sicurezza, lo sviluppo,
la protezione dell’ambiente, la riduzione delle "disuguaglianze".
Princìpi elevati e nobili, facilmente condivisibili da parte di tutti, ma di
per sé - osserva non coincidenti con il "bene comune totale" della
famiglia umana. Per perseguirli adeguatamente, infatti, bisogna fare uno sforzo
ulteriore, leggere questi princìpi in un contesto di libertà, al fine di
riconoscere che la libertà vive soltanto nella correlazione tra diritti e
doveri, nella "relazionalità" interpersonale, nell’assunzione del
principio di responsabilità, colpevolmente ignorato da quegli scienziati che
pretendono di "svincolare" dall’"ordine della creazione"
il loro operato. In un contesto di responsabilità, quale quello
"auspicato" dal Papa, ciò che si impone è piuttosto la necessità di
adottare metodi scientifici rispettosi degli imperativi "etici".
Il tema della "responsabilità" richiede però un ulteriore
approfondimento, il cui primo passo è compiuto da Benedetto XVI col richiamo al
nuovo principio della "responsabilità di proteggere" (spesso espresso
tramite l’acronimo "R2P"). Quando i singoli Stati si manifestano
incapaci di difendere la dignità e i diritti dell’uomo, è necessario che di
tale protezione si faccia carico la comunità internazionale (naturalmente
attraverso il rigoroso rispetto dei mezzi giuridici previsti dalle stesse
"Nazioni Unite"). Il Papa è consapevole delle obiezioni che vengono
mosse alla "R2P" e che si condensano nell’affermazione che essa si
potrebbe tradurre in una inaccettabile limitazione della sovranità degli Stati.
Sono però obiezioni superabili: di fronte alla violazione dei diritti, "è
l’indifferenza o la mancanza di intervento che recano danno reale". Si
noti la semplicità e insieme la forza di questa affermazione: i diritti non
vivono nel "cielo" degli ideali, ma nella concretezza di questa
"terra" e chiedono di essere difesi concretamente.
Il discorso continua ad allargarsi. Se i diritti sono reali (e non
"mere" e vaghe aspirazioni) e vanno tutelati e promossi come tali, ne
segue che è inaccettabile leggerli in chiave puramente "pragmatica" o
peggio ancora "relativistica": questo infatti è un modo di
indebolirli e alla lunga di negarli. Il preteso "realismo" di chi
ritiene che i diritti, non avendo una loro intrinseca "verità",
andrebbero continuamente adattati a contesti culturali, etnici, religiosi
differenti, o ridotti al "rango" di meri princìpi
"procedurali", produce inevitabilmente la loro "erosione"
interna. Non si riesce più a comprendere, infatti, perché dovrebbero avere
forza vincolante tante proclamazioni internazionali, qualora i diritti fossero
ridotti a "deboli proposizioni staccate dalla dimensione etica e
razionale", avulsi dal radicamento nella giustizia.
Ma il discorso non può terminare qui: è necessario compiere un ultimo passo,
il più difficile, ma anche il più importante. Non basta affermare i diritti,
non basta riconoscere che essi devono essere concretamente difesi, non basta
nemmeno stabilirne un assoluto "radicamento" nella giustizia, se viene
a mancare quell’indispensabile discernimento che consente, nel procedere della
storia, di distinguere il bene dal male e di orientare conseguentemente l’agire
degli Stati, così come degli individui. Per attivare tale discernimento,
afferma il Papa, è indispensabile il riconoscimento del valore
"trascendente" e in ultima istanza religioso di ogni essere umano.
Spetta alle "Nazioni Unite" sostenere, come esse effettivamente fanno,
il dialogo "interreligioso", così come spetta ai credenti proporre la
loro fede non in termini di violenza e intolleranza, ma di rispetto per la
verità, di "coesistenza", di riconciliazione. Il richiamo alla
libertà religiosa, che conclude la parte "dottrinale" del discorso
del Papa, va ben al di là del richiamo al rispetto di un diritto umano
fondamentale (anzi, del primo e del più importante di tutti i diritti): esso
implica il riconoscimento del carattere individuale e al tempo stesso
comunitario dell’unità della persona umana. La costruzione dell’ordine
sociale ha bisogno di ambedue questi "pilastri"; la dimensione del
cittadino e quella del credente non possono assolutamente essere confuse, ma tra
le due non è nemmeno lecito erigere "steccati", pena il rischio di
"smarrire" la dimensione "comunionale" delle persone e di
favorire un approccio individualistico alla logica dei diritti, che
inevitabilmente frammenterebbe l’unità della persona. È un
"monito", questo del Papa, particolarmente grave, sul quale dovrebbe
concentrarsi l’attenzione di tutti coloro ai quali il "bene umano"
sta sinceramente a cuore.