Come ad «accanimento terapeutico»

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dietro la parola "eutanasia"

Francesco D’Agostino
("Avvenire", 23/11/’08)

Siamo in grado di definire con rigore il significato del termine "eutanasia"? Certamente sì: possiamo farlo, anzi dobbiamo farlo, perché proprio a causa di "valori" scorrettamente attribuiti a questa parola il dibattito sul "Caso Englaro", e più in generale sulla fine della vita umana, è andato assumendo negli ultimi mesi connotati molto "ambigui", per non dire "ingannevoli".
"Eutanasia" (etimologicamente "buona morte") indica la morte procurata intenzionalmente e motivata dalla "pietà" per le terribili sofferenze fisiche di un malato: si tratta quindi di un vero e proprio "omicidio", per quanto "pietoso". Ma la "pietà", per quanto autentica, soggettivamente sincera e oggettivamente fondata, può giustificare un "omicidio"? La tradizione "etica" e "giuridica" ha sempre negato che una simile giustificazione sia possibile, pur senza mai minimizzare la tragicità delle situazioni "eutanasiche". Da tempo è in atto un tentativo, molto esplicito, di riformulare il concetto di "eutanasia". Con questo termine ci si vuole oggi riferire all’"uccisione" volontaria e diretta di una persona, su sua "richiesta" consapevole e autonoma. In questa accezione, l’"eutanasia" (che alcuni non scorrettamente qualificano anche come "suicidio assistito") sarebbe giustificabile. L’insistenza su questa definizione circoscritta di "eutanasia" è ormai palesemente funzionale a negare che quello di
Eluana Englaro sia un vero caso di "eutanasia" (si tratterebbe soltanto di una mera e doverosa "desistenza" da un "accanimento terapeutico", giustificata, oltre tutto, dalla "volontà pregressa" della povera Eluana). Così come per il termine "eutanasia", anche l’espressione "accanimento terapeutico" viene ormai a subire una "contorsione semantica", quella che ha indotto la "Cassazione" ad autorizzare il Signor Englaro a far cessare l’alimentazione e l’idratazione della figlia e a procurarne così inevitabilmente la morte, senza però autorizzarlo a "sopprimerla" direttamente (ad esempio attraverso un’"iniezione letale"). Si vogliono così tenere distinte due "pratiche", che sono in realtà la stessa cosa e cioè la morte procurata in modo "diretto" ("eutanasia attiva") e la morte procurata in modo "indiretto" ("eutanasia passiva").
Queste "forzature lessicali" sono devastanti e "paradossali". Applicandole rigorosamente dovremmo negare il carattere "eutanasico" ad uccisioni autenticamente "pietose", ma non "sollecitate" dalla vittima e qualificare invece come "eutanasica" l’uccisione freddamente "burocratica" di chi, anche in perfetta salute, ne facesse richiesta. Né meno grave è l’alterazione del concetto di "accanimento terapeutico": da atto medico "futile", inutilmente "invasivo", "sproporzionato", incapace di arrecare alcun reale beneficio al malato, si viene ad intendere arbitrariamente per "accanimento terapeutico" qualunque pratica medica che il paziente rifiuti coscientemente, anche per motivazioni "irrazionali". Perfino i "gesti umani" simbolicamente più rilevanti, l’alimentare e il dissetare, divengono in tal modo forme di "accanimento".
Se abbiamo l’onestà "intellettuale" di chiamare le cose con il loro vero nome, non possiamo non qualificare l’ormai prossima morte di Eluana se non come un autentico "omicidio eutanasico". Essa, infatti, non morirà per la "patologia" che l’ha colpita, ma a seguito della sospensione del "sostegno vitale" che l’ha mantenuta in vita per tanti anni, un "sostegno" che non è qualificabile né come "atto medico", né come una forma di "accanimento terapeutico". Ma, si dice, facendola morire, si rispetterà la volontà di Eluana. Forse (!) questo è vero; ma è anche vero che l’aiuto al "suicidio", sia pure intenzionalmente e liberamente richiesto, nel nostro "codice" è sempre stato e resta un "delitto". Eluana sarà uccisa e il suo caso si inserirà nel tristissimo e lunghissimo novero degli "omicidi pietosi". Spero sinceramente che in tutti coloro che plaudono alla "sentenza" della "Cassazione" non ci sia, invece della "pietà", l’intenzione di progredire verso la "legittimazione" di uccisioni motivate non dalla "compassione", ma dall’esigenza funzionale di liberare la società dal "peso" economico e psicologico dei "minorati mentali", dei portatori di "handicap", dei malati in "stato vegetativo", di tutte le persone la cui vita si deciderà di ritenere "non degna" di essere vissuta, acquisendo il loro "consenso" (!) o più semplicemente "presumendolo". È consapevole l’"opinione pubblica" che molti "bioeticisti" sono già saldamente attestati su queste posizioni?