La Chiesa, lo Stato e il "Caso Eluana"

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No, richiamo alla "giustizia"

Francesco D’Agostino
("Avvenire", 25/1/’09)

Come molti altri, ritengo che la "sentenza" della "Cassazione" sul "Caso Englaro" sia profondamente sbagliata. Auspico che ad essa non venga dato seguito, anche considerando che la "sentenza" si limita ad "autorizzare" e di certo non "impone" la sospensione dell’"alimentazione artificiale" che mantiene in vita Eluana. Plaudo al Cardinale Poletto, che ha il coraggio, con espressioni "sobrie" e rispettose, ben diverse da quelle da altri usate contro di lui, di chiamare con il termine più corretto la "fine della vita" che si sta progettando per la povera ragazza: "eutanasia". E lo ringrazio per come sta esortando all’"obiezione di coscienza" i medici che dovessero essere coinvolti nella morte di Eluana. Come va valutata questa posizione, che non è solo del Cardinale, ma anche mia e soprattutto di tanti altri "laici" e cattolici? Stiamo facendo violenza allo "Stato di Diritto"? Stiamo calpestando la "legalità"? Rechiamo offesa allo Stato, "unico titolare della sovranità"? Stiamo alterando i suoi giusti rapporti con la Chiesa? Direi piuttosto che stiamo richiamando lo Stato al suo dovere più autentico, che è quello di "legiferare" secondo giustizia. Ragioniamo, se almeno questo ci è concesso, con un po’ di "pacatezza" e cerchiamo di individuare il punto centrale del "dibattito". Si è detto: nel "Caso Englaro", il Cardinale Poletto si sarebbe comportato correttamente se si fosse limitato a invitare i singoli medici all’"obiezione". Egli invece ha sollecitato collettivamente un’intera "categoria professionale" a mobilitarsi, per mandare a vuoto una "sentenza" dello Stato! Nel nome dell’"identità cattolica", egli avrebbe "inventato" una sorta di "obbligazione di appartenenza", ricordando ai medici che il dovere di ubbidire alla "legge di Dio" è un dovere prioritario rispetto a quello che essi hanno nei confronti dello Stato. Ma allora che ne è della "separazione" tra Stato e Chiesa e della "parità morale" nelle discussioni pubbliche?
Argomenti del genere dimostrano purtroppo quanto continui ad essere difficile per (alcuni) "laicisti" italiani capire in che cosa davvero si sostanzi il principio di "laicità" e la distinzione (più che la "separazione") tra Stato e Chiesa. In molti casi la Chiesa si batte (legittimamente) per se stessa, per i propri "luoghi di culto", per i propri "religiosi" e le proprie "religiose", per la tutela e la promozione della sua "tradizione" nel nostro Paese e dell’insegnamento pubblico della propria "dottrina": tutte questioni di rilievo politico ed eventualmente "concordatario", per regolare correttamente le quali la distinzione tra Stato e Chiesa è assolutamente indispensabile. Quando però la Chiesa interviene per difendere il "bene umano", non lo fa per ragioni "confessionali": infatti i suoi interventi sulla vita, sulla famiglia, sulla guerra, sulla dignità dei lavoratori, sull’"umanizzazione" delle pene e su tanti "temi sociali" non concernono i "credenti", ma tutti gli uomini, senza distinzione alcuna. Se si fosse rivolto ai medici come singoli, il Cardinale Poletto avrebbe umiliato l’"etica ippocratica", che è, da ben cinque secoli prima di Cristo, schierata a difesa della vita, riducendone indebitamente l’ambito a quello di un ristretto "orizzonte confessionale". Paradossalmente, nel suo rivolgersi alla "classe medica" in quanto tale e non ai singoli medici "credenti", il Cardinale ci ha dato una limpida lezione di "laicità".
In tal modo però, insistono i "laicisti", ci si chiude gli occhi di fronte al "relativismo" delle "democrazie" odierne, che riconoscono sì alla Chiesa il diritto di parlare alle coscienze, ma non quello di creare forme alternative di "obbligazione religiosa", che contrasterebbero con il "principio democratico" che affida all’autonoma decisione dei "laici" ogni decisione politica concreta. L’errore sta in questo, che quella che i "laicisti" confondono con una "obbligazione religiosa" altro non è in buona sostanza che il costante "appello" perché nelle dinamiche politiche e civili ogni legge, ogni "sentenza", ogni pratica sociale abbiano come propria misura la "giustizia". Sappiamo che nel mondo d’oggi su non poche questioni "etiche" e "bio-etiche" fondamentali la coscienza dei cittadini è non solo divisa, ma addirittura "lacerata". Guai però se la presa d’atto di questa "lacerazione" fosse utilizzata per produrre indifferenza o per legittimare qualsiasi forma di "scetticismo". Sappiamo con quanta fermezza (alcuni) "laici" protestano, quando li si accusa, in quanto "non credenti", di non avere adeguati "valori morali". Ma se così stanno le cose, perché "stigmatizzare" interventi a difesa non dell’"autorità" del Papa, ma della vita, interventi "sobri", "argomentati", rispettosi, autorevoli? La Chiesa non pretende una doppia "ubbidienza" da parte di "chicchessia": pretende, ma soprattutto prega, perché gli uomini non cessino mai di cercare la "verità" e di operare per il "bene" di tutti.