Sforzo imponente per darle una "morte brutale"

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forma più grave d’"eutanasia"

Nessuna "critica" riuscirà probabilmente a "scalfire"
la coscienza di persone così "sicure di sé".

Francesco D’Agostino
("Avvenire", 10/2/’09)

Pur con tutte le sue terribili "ombre", pur rendendosi responsabile di innumerevoli "delitti", l’Occidente è riuscito, con sforzi straordinari e grazie all’innesto decisivo della "tradizione ebraico-cristiana", ad affermare un principio assolutamente decisivo: i soggetti deboli vanno aiutati e protetti. È su questo punto, e non su altri, che si misura quel cammino che noi chiamiamo "civiltà". Se questo è vero, la morte di Eluana Englaro, simbolo di quei soggetti che sono i più deboli tra i deboli, è un terribile momento di "regresso" in questo faticosissimo cammino. Al momento non sappiamo esattamente quali sono state le cause della morte improvvisa di Eluana, al termine di una giornata in cui erano stati diffusi "comunicati" che attestavano come il suo organismo possedesse ancora una normale funzionalità. Si stanno già moltiplicando le domande in merito: altri avranno il compito di dare risposte ed altri ancora di verificarne la "plausibilità". A noi spetta unicamente fare una brevissima riflessione: qualunque sia la causa ultima della morte di Eluana, anche se si fosse trattato di una morte avvenuta per sopraggiunte, imprevedibili, naturalissime cause, resta il fatto incancellabile che essa è morta in una "clinica", nella quale era stata portata con un’unica intenzione, quella di farla morire. Questo dato di fatto è sufficiente per farci gridare ad alta voce che è stata abbandonata, come paziente, come donna, come "cittadino", come essere umano. Coloro che l’hanno abbandonata, coloro che hanno favorito o addirittura "plaudito" a questo abbandono, attivando "strepiti mediatici" e inventando "sofismi giuridico-costituzionali", non riusciranno mai, probabilmente, a rendersi conto che in questo abbandono dobbiamo vedere la forma più estrema e più grave di "eutanasia". Eluana infatti non è morta a causa del gesto compassionevole, estremo e disperato di un familiare o di un medico chino sul suo letto, ma dopo che era stato elaborato un "protocollo burocratico-sanitario", finalizzato a rendere "dolce" la sospensione di ogni forma di "supporto vitale", affidato per la sua materiale applicazione a "professionisti" e a un’associazione di "volontari", costituita esclusivamente a questo fine. Intorno ad Eluana, ricoverata ad Udine, si è mosso quindi uno straordinario numero di persone. Eppure, la finalità oggettiva di tutte queste persone era una soltanto: non quella di starle vicino, ma quella di accompagnarla a un destino di morte. Chi così ha agito si dirà forse convinto di aver abbandonato Eluana "al suo destino" e dichiarerà, se vorrà essere conseguente, di non provare alcun "rimorso" e forse nemmeno alcun "turbamento" per la sua morte. Nessuna critica, nessuna ammonizione riuscirà probabilmente a "scalfire" la coscienza di persone così sicure di sé e così "narcisiste" da ritenere di poter individuare lucidamente e senza alcun dubbio il "destino" degli altri, al punto da agire perché esso possa realizzarsi fino in fondo. Mi auguro solo che queste persone cessino di chiamarsi "laiche" o almeno che cessino di "reiterare", come fanno ogni volta che ne hanno l’occasione, l’elogio del "dubbio". Su Eluana, né i "giudici", né il padre, né gli altri che lo hanno aiutato a portare a termine il suo "progetto" hanno avuto alcun "dubbio": essa doveva morire.
Si è cercato di impedire la "tragedia finale". Non ci si è riusciti. Eluana è morta. Abbandonata.