Francesco
D'Agostino
("Avvenire", 22/5/’07)
Le parole della
prolusione con la quale l'arcivescovo
Angelo Bagnasco
ha aperto ieri i lavori della 57ª
Assemblea generale della Cei
rendono efficacemente l'idea del carattere, anzi della personalità di chi le ha
pronunciate: esse colpiscono per il garbo, la gentilezza, il senso della misura
e soprattutto - per chi sappia andare al di là delle parole, come tutti
dovrebbero, ma come non a tutti è concesso - per la sincerità del "calore" che
da esse promana. "Da cuore a cuore": questo dovrebbe essere
l'itinerario delle parole che tutti noi pronunciamo. Non è possibile che
"fisicamente" così sia; ma è ben possibile che lo sia
"spiritualmente" o almeno "emotivamente". Questo discorso
del nuovo presidente dell'episcopato andrebbe tutto riletto con calma e
attenzione, da parte di chi volesse percepirne la valenza ultima, che non è
certo quella di informare, giudicare o prescrivere, bensì quella di creare
comunione.
Esistono molti modi, nella Chiesa che si pone alla sequela di Cristo, di creare
comunione. Bagnasco cita rapidamente un episodio evangelico famosissimo,
attraverso il quale si delinea un modo essenziale di costituire vita cristiana:
il Risorto, sulla via di Emmaus, «si affianca, domanda e ascolta, non si
scoraggia di fronte alla rudezza sgarbata dei discepoli, illumina con le
Scritture, spezza il Pane della vita, riaccende la speranza e la comunità». È
a questo modello che la Chiesa deve costantemente rifarsi:
"affiancarsi" a tutti gli uomini di buona volontà, domandando e
ascoltando, senza mai scoraggiarsi della "rudezza sgarbata" che può
esserle contrapposta; deve esercitare il compito di "illuminare" con
la sua sapienza un mondo che sente costantemente l'ansia del vero e del buono,
soprattutto quando (come avviene sempre più spesso) questo mondo non riesce ad
oggettivarla; deve restare fedele al suo mandato eucaristico, perché questa è
l'unica via per tenere accesa la speranza e garantire la comunione tra gli
uomini.
L'immagine della Chiesa che risulta dal quadro delineato dall'arcivescovo di
Genova non è di maniera: mancano - e ce ne rallegriamo - espressioni
trionfalistiche, non mancano parole sobrie e serene per rigettare accuse
ideologiche e calunniose contro la Chiesa, come quella d'"omofobia". Si rileva
come vada ritenuto raggiunto quel processo di maturazione del laicato, che era
uno degli obiettivi tenacemente perseguiti dal Concilio; si denuncia la
contrapposizione forzosa e strumentale tra cattolici e laici «che non trova
riscontro nel sentire della stragrande maggioranza del nostro popolo».
L'immagine della Chiesa italiana, che emerge dalle parole dell'arcivescovo
Bagnasco, è quella che ogni partecipante al "Family Day" ha potuto
riscontrare di persona: non rivolta al passato, ma aperta al futuro; non stretta
dalla paura del male, ma fiduciosa nell'avvento del bene; non mossa dalla
volontà di contrapporsi ad alcuno, ma volenterosa di appellarsi a tutti, nella
convinzione che non esiste un bene "confessionale", possesso geloso
delle comunità cristiane, ma solo un bene universale predicabile allo stesso
modo per tutti gli uomini (e questo, credo, è il significato che bisogna dare
al rapidissimo, ma fermo riferimento alla "natura" come "ciò di
cui l'uomo ha strutturalmente bisogno per essere all'altezza del suo
destino").
Le parole dedicate al "Family Day" descrivono esattamente il carattere
di autentica "festa di popolo", che ha contrassegnato la
manifestazione e colgono con precisione quello che è stato il significato
"civile" (e non politico) dell'iniziativa: «una testimonianza forte e
corale a favore del matrimonio quale nucleo fondante e ineguagliabile per la
società». È doveroso ora attendersi - conclude monsignor Bagnasco -
«un'interlocuzione istituzionale commisurata alla gravità dei problemi
segnalati».
Queste parole, semplici, nitide e calibrate, non possono essere malevolmente
interpretate come segno di chiusura ottusa nei confronti di nuove esigenze
sociali o di insensibilità nei confronti di autentici bisogni umani. Tramite
esse si chiede semplicemente che si rispetti l'identità dell'uomo come
"essere familiare", senza che ciò comporti che non si debba attivare
l'intelligenza dei giuristi e dei politici per individuare prima e garantire poi
(nel prioritario rispetto dei diritti della famiglia) gli interessi di quei
soggetti deboli, che si riscontrino come meritevoli di tutela.