Questo è il momento più "duro"

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Giovanni D’Alessandro
("Avvenire", 6/6/’09)

Per chi, all’Aquila e nell’Aquilano, ha vissuto due mesi fa il "terremoto" questo è il tempo, il duro tempo, dell’elaborazione del lutto. Dopo lo "choc", dopo la presa d’atto d’essere sopravvissuti, dopo la conta delle perdite, dei danni e di quanto tutta la vita era cambiata, questo è il tempo in cui in ogni essere umano si attiva un’inconscia "regressione" alla fase precedente: tutto è stato un sogno, un incubo, anzi, dissoltosi con le luci del giorno.
Ma le luci del giorno non portano via la visione. Illuminano una città e un’intera area dell’
Abruzzo distrutte, disabitate, devastate e l’involontaria "regressione" al "prima" si ferma brutalmente al "dopo", mozzando il respiro: non è stato un sogno.
Questo è parte di ciò che il contesto "mediatico" non trasmette. Non per sua colpa, per forza di cose: i "media" devono presidiare l’informazione, percorrere la spirale di aggiornamento del dato, rincorrere la copertura della notizia e il lutto non fa notizia. Così, lo stesso doveroso avvicendarsi all’Aquila delle più alte cariche istituzionali dello Stato, l’imminente
"G8" che vi si terrà, la presenza costante della politica hanno determinato un fungo di "mediatizzazione" sempre più astratto e sollevato dalla sottostante tragedia.
Bisogna allora riscendere un attimo nei cuori, praticare un "fall out" in ciò che gli Aquilani vorrebbero sentire e non sentono, probabilmente, da nessuno.
Ciò che gli Aquilani vorrebbero sentire ha invece a che fare con dimensioni senza tempo, perché senza tempo sono la vulnerabilità dell’essere umano e l’inesausta domanda che accompagna la sua vicenda terrena, vale a dire la presenza del male nel mondo e il suo senso, nucleo "incandescente" di ogni "teologia". Ciò che gli Aquilani vorrebbero sentire si colloca proprio nell’alveo delle tre "virtù teologali": "fede" che ce la faranno; "speranza" di tornare un giorno, in qualche forma, nella loro devastata e bellissima città; "carità", soprattutto, nel senso di "charis", cioè di presenza, amorosa e partecipe, degli altri alla loro tragedia, avvertita nettamente con la mobilitazione spontanea che questa tragedia ha prodotto e che, in mezzo a tanta negatività, ha posto in luce una valenza commovente della comunità italiana e internazionale. Bisogna proseguire su questa strada. E con l’aiuto del Dio, sintesi di queste tre "virtù", L’Aquila ce la farà. Lo dice la sua storia.
Il 2 Febbraio 1703, festività della "Purificazione di Maria", col rito della popolare "Candelora" la città fu scossa dal più terrificante "sisma" della sua storia. Duemilacinquecento persone morirono nel solo abitato, e più nel circondario. Alcuni mesi dopo, in una relazione al Vicerè di Napoli, un commissario riferì che quattrocento Monache di un grande Convento, completamente rovinato, si rifiutavano di lasciarlo, preferendo vivere alloggiate, in condizioni di estrema precarietà, negli orti circostanti quelle rovine. Alcuni anni dopo, riabitavano il Convento, riedificato. Questo vogliono sentire e sperare gli Aquilani. Cioè che, dopo lo stesso male, ripetutosi a distanza di tre secoli, anche il bene si ripeta e l’"ubi consistam" degli affetti e di un’intera vita sia restituito, in qualche forma e coi suoi tempi, a ognuno. Per il resto, questa è gente forte. Dignitosa, asciutta, composta, ecco gli aggettivi che circolano oggi, tra la meraviglia di tutti, a fronte di ciò che è accaduto. Non sono adeguati – se posso parlare da abruzzese e da originario dell’Aquilano: questa è gente capace di farsi aprire una "faglia" nell’anima, prima di emettere un "lamento". La nostra ferita terra spera, ha "fede" di farcela, ma per questo ha bisogno di continuare a sentirsi circondata dalla "charis", dalla "condivisione" degli altri.