Una «lettura» stringente della legge 194 non lascia dubbi

RITAGLI   Se dà la pillola del giorno dopo   DIARIO
il farmacista rischia l'illecito penale

Giuseppe Dalla Torre
("Avvenire", 19/10’06)

Si discute, a proposito di «pillola del giorno dopo», della configurabilità di un diritto del farmacista all’obiezione di coscienza, qualora dovesse essere tenuto a somministrare farmaci abortivi.
Ora non v’è dubbio che il farmacista rientri nella categoria del «personale sanitario» che, secondo l’art. 9 della legge n. 194, è legittimato a fare obiezione di coscienza. Difatti se il senso comune dice che il farmacista non è un commerciante qualsiasi, ma un professionista dell’area sanitaria, è – ad esempio – lo stesso testo unico delle leggi sanitarie che all’art. 99 ss. classifica e ricomprende i farmacisti nell’ambito delle professioni e delle arti sanitarie.
Ma anche – dato e non concesso – a non voler considerare il farmacista tra il personale sanitario, si deve ricordare che lo stesso art. 9 della legge n. 194 ammette all’obiezione di coscienza pure il personale esercente attività ausiliarie, come gli infermieri, cioè quel personale della grande area della sanità il cui intervento è direttamente e strumentalmente connesso con l’effetto voluto dell’interruzione della gravidanza. Ora sembra sfidare eccessivamente la logica sostenere che il farmacista il quale somministri il farmaco abortivo, ancorché prescritto da un medico, non sia direttamente e strumentalmente immesso nel procedimento diretto a produrre l’aborto.
Ma la questione ha un’altra faccia, a mio avviso del tutto dirimente. Difatti la legge n. 194 premette che lo Stato «tutela la vita umana dal suo inizio» (art. 1). Di conseguenza, considerando l’interruzione della gravidanza una eccezione a quel principio, sottopone a rigorosa disciplina l’aborto, tra l’altro disponendo che esso possa essere effettuato solo nei casi tassativamente determinati dalla legge (art. 4) e solo seguendo determinate procedure: l’intervento di un consultorio pubblico o di una struttura socio-sanitaria, la valutazione del medico di fiducia della donna, l’eventuale invito a soprassedere per sette giorni e comunque il rilascio di un attestato medico che ammetta all’interruzione; soprattutto la legge dispone che la pratica dell’aborto debba avvenire in una struttura sanitaria pubblica (art. 4 ss.). Tanto è vero che in base alla stessa legge n. 194 l’interruzione della gravidanza rimane un reato laddove avvenga in casi non previsti dalla legge e fuori delle procedure e delle strutture pubbliche da essa contemplate (art. 19).
È evidente che la privata assunzione di farmaci abortivi, ancorché prescritti dal medico, si pone al di fuori delle procedure previste dalla legge 194 e, pertanto, viene a configurare una fattispecie penalmente perseguibile. La conseguenza è che il farmacista il quale non somministri i farmaci in questione, seppure richiesti dietro presentazione di ricetta medica (ben più grave, ovviamente, sarebbe il caso in cui tale ricetta addirittura non ci fosse), più che fare obiezione di coscienza si attiene al rispetto di quanto previsto dalla stessa legge sull’aborto.
In ossequio della legge, dunque, ma anche ad evitare la commissione di eventuali illeciti penali.