Lo stato "ingabbia" o libera le risorse "associative"

RITAGLI    Il "nodo" della società civile.    DOCUMENTI
Questo ci differenzia dall’America

Giuseppe Dalla Torre
("Avvenire", 22/4/’08)

Si racconta che Gregorio XVI (1831-1846), il pontefice dell’Enciclica "Mirari vos" passato alla storia con fama di "reazionario" avverso alle moderne forme democratiche, ricevendo un gruppo di pellegrini nord-americani esclamasse: «In nessuna parte del mondo mi sento tanto Papa, quanto negli Stati Uniti!». L’episodio potrebbe indurre a riflettere su facili generalizzazioni di giudizi, laddove la valutazione storica dovrebbe portare a cogliere sfumature e "contestualizzazioni" adeguate, non "contrapposizioni" di chiaro e scuro. Ma non è qui il problema. Il richiamo alla per certi aspetti sorprendente espressione di Papa Cappellari ci dice almeno due cose, che chiariscono contesti e successo del viaggio di Benedetto XVI appena conclusosi. Innanzitutto il fatto che il regime di piena libertà, anche in materia religiosa, da sempre caratterizzante la grande democrazia nord-americana, non ha ostacolato ma invece favorito la "missione" della Chiesa in quel Paese. I cattolici, da esigua minoranza, sono in due secoli divenuti una presenza numerosa e assai vivace nella società americana, come in maniera evidente il recente viaggio papale ha mostrato a tutto il mondo. Ora, proprio a quelle condizioni giuridiche, ma prima ancora culturali, politiche e sociali, di una libertà favorevole al fenomeno religioso si riferiva Gregorio XVI, che nonostante le "etichette" attaccategli dagli storici riconobbe e incoraggiò il sistema di non "anti-religiosa" libertà democratica caratteristico della società politica americana. E ciò mentre, allora e per lungo tempo ancora, ideologie "laiciste" e "secolarizzanti" muovevano nella vecchia Europa un "sordo" conflitto col fenomeno religioso e, specialmente, col cattolicesimo. In secondo luogo il fatto che quel regime di piena libertà si colloca in un contesto dove lo Stato è concepito al servizio della società civile, nelle diverse forme associative che ne esprimono il "pluralismo": quella società civile nella quale è la religione, e dove nascono e vivono le comunità religiose. C’è una profonda differenza con l’Europa, dove da secoli la società civile appare "ingabbiata" nella sovranità di uno Stato, sovente preso dalla tentazione di modellarla a proprio piacimento, e dove di conseguenza, quando si tratti di fenomeno religioso, il problema della "laicità" è sempre alle porte. Negli Stati Uniti, infatti, la Chiesa, come ogni altra comunità religiosa, ha potuto crescere e "prosperare" senza doversi preoccupare di richiamare continuamente il potere politico a rimanere nell’ordine suo proprio e senza dover pretendere dalle istituzioni pubbliche - da cui in sostanza dipende, nel "vecchio continente", la vita delle varie espressioni sociali - garanzie giuridiche o "stampelle" di sostegno. In quel Paese lo stesso termine di "laicità" è sostanzialmente sconosciuto, ma la rigida separazione tra istituzioni pubbliche e istituzioni religiose, cui il suo ordinamento si ispira, non è stato in alcun modo di ostacolo al fenomeno religioso. In fondo, proprio all’esperienza nord-americana guardavano i "padri conciliari" quando, a conclusione del "Vaticano II", approvavano quella dichiarazione sulla libertà religiosa "Dignitatis humanae", dove è scritto che «se vige la libertà religiosa non solo proclamata a parole né solo sancita nelle leggi, ma anche con sincerità tradotta in pratica, in tal caso la Chiesa raggiunge una stabile condizione di diritto e di fatto, per la necessaria indipendenza nell’adempimento della sua divina missione» (n. 13). Nel senso che, in siffatto contesto, la libertà di cui la Chiesa ha bisogno per la propria missione e la libertà religiosa riconosciuta a tutti coincidono completamente.