Urge la "mobilitazione" più ampia

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Tutta la Chiesa dell'India è vicina ai cristiani perseguitati nell'Orissa!

Giuseppe Dalla Torre
("Avvenire", 28/8/’08)

L’esplosione di violenza "anti-cristiana" nel "Sub-continente indiano", che segna questi ultimi giorni di agosto, interroga dolorosamente e urge all’impegno per contrastare fenomeni intollerabili. A ben vedere si tratta della manifestazione "parossistica" e cruenta di un fenomeno "carsico", una sorta di "pandemia" permanente che, ben al di là dei confini indiani, pervade il tessuto della nostra società globale, esplodendo di tanto in tanto, ora qui ora lì, in forma "virulenta".
Il fenomeno deve preoccupare, e non solo i cristiani, perché la libertà religiosa è la "madre" di tutte le libertà. Storicamente, infatti, è la prima delle libertà dei moderni ad essere rivendicata e a venire faticosamente conquistata, di fronte alle pretese dell’"assolutismo" statale di controllare persino le coscienze dei sudditi. Ma anche logicamente la libertà religiosa è matrice di tutte le moderne libertà. Violare la libertà religiosa a livello individuale, collettivo o istituzionale significa, infatti, ledere contestualmente le altre libertà fondamentali, come la libertà di riunione, la libertà di associazione, la libertà di pensiero.
La stessa "laicità" dello Stato è compromessa dalla lesione della libertà religiosa, perché evidentemente non si manifestano imparziali e non agiscono imparzialmente i pubblici poteri quando impediscono o costringono qualcuno in materia religiosa e di coscienza; ma è altrettanto vero che non sono "laici" quei pubblici poteri che permettano ad altri, poteri o gruppi privati, di ledere impunemente il diritto di libertà religiosa. È quest’ultimo il caso che si presenta, e non per la prima volta, in
India: grande Paese di grandi tradizioni, certamente ispirato ai canoni della moderna democrazia, nel quale i diritti e le libertà fondamentali sono formalmente assicurati, ma in cui gruppi privati possono giungere alle efferate azioni di questi giorni.
È evidente che non si tratta solo di un problema interno a quel Paese, quando invece è un problema che riguarda tutti, e non solo perché, "kantianamente", nessuno di noi può sentirsi estraneo o indifferente ad ogni violazione di diritti umani, in qualsiasi parte del mondo avvenga. Il problema riguarda tutti anche perché in un mondo "globalizzato" la convivenza pacifica, giusta, solidale poggia necessariamente sulle "fondamenta" non solo del riconoscimento, a parole, dei diritti umani ad ogni essere umano, ma anche della loro effettiva garanzia. Non a caso tali diritti, con la "Dichiarazione universale" del "dopoguerra", sono l’anima e l’obiettivo delle
"Nazioni Unite". Dunque, gli Stati non possono in materia, rivendicando la propria "sovranità", respingere l’interessamento degli altri Stati, della "società internazionale", della stessa "opinione pubblica internazionale", col pretesto della "non ingerenza" nei propri affari interni. Ma allo stesso modo, direi "specularmente", la "società internazionale" non può chiudere gli occhi dinanzi a fenomeni non "sporadici" ma addirittura "endemici". È necessario quindi un vigoroso e continuo impegno dei "soggetti internazionali" perché la libertà religiosa sia realmente possibile in ogni parte del globo.
Ma in questa prospettiva non meno importante è l’impegno serio, fermo, costante dell’"opinione pubblica internazionale". L’esperienza insegna, infatti, che in molti casi l’effettiva tutela di diritti umani lesi in qualche parte del mondo è stato un obiettivo raggiunto più dalla "mobilitazione" della "società civile internazionale" che dall’impegno delle "istituzioni internazionali" e degli Stati. Una "mobilitazione" appare quanto mai auspicabile anche in questo momento.