Nel "Caso" di Eluana e sempre nella vita

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significa "deragliare"

Giuseppe Dalla Torre
("Avvenire", 14/2/’09)

È possibile "contrapporre" carità e giustizia? L’interrogativo viene spontaneo dopo la lettura dell’intervista rilasciata, nei giorni scorsi, da un noto "costituzionalista" a un "quotidiano nazionale". Perché in quell’intervento, con l’aria di chi vuole riprendere la Chiesa e i cattolici italiani per l’atteggiamento tenuto – ma in verità non solo da loro – nel "Caso" di Eluana Englaro, si insinua sostanzialmente una loro mancanza di carità dinnanzi alle persone, parti di una "tragedia" che ha coinvolto e sconvolto tutti. Di qui, dunque, l’interrogativo se possa esserci carità senza giustizia.
Nella prospettiva cristiana, perché è qui che si pone propriamente il problema, una carità senza giustizia è un "assurdo". Non si può dare per carità ciò che si deve all’altro per giustizia. La carità va oltre, supera la giustizia, ma non la nega, la comprende. Una volta adempiuto quanto dovuto per giustizia, non è possibile per il cristiano acquietarsi dinnanzi alle necessità del prossimo. E d’altra parte il dare a titolo di carità ciò che si dovrebbe per giustizia è, in realtà, "perversione" della carità; è, nella migliore delle ipotesi, insopportabile "paternalismo" o "sentimentalismo sdolcinato".
Dunque giustizia e carità non sono "contrapponibili"; anzi l’amore del prossimo, che è l’altro modo di dire la carità, impone che si sia innanzitutto giusti con lui.
Ora il tragico "Caso" che ha sollevato tante discussioni "etiche" e "giuridiche" evoca emotivamente, fra le varie posizioni ideali che si confrontano, il tema della carità, o della pietà come più comunemente si usa dire, quale ragione che dovrebbe presiedere, in definitiva, alla "determinazione" di interrompere la vita del "malato terminale", di chi non è più in grado di gestirsi consapevolmente; alla "determinazione" di far cessare una vita che – come si afferma con "spietata" durezza – non è più degna di essere vissuta. Ma è evidente che tale posizione di pensiero conduce inesorabilmente alla erronea "contrapposizione" fra carità e giustizia: giustizia che significa, infatti, riconoscere a ciascuno il suo, cioè in primo luogo i "diritti fondamentali" insopprimibili e inalienabili, nel cui esercizio nessuno si può "surrogare"; giustizia che significa, nel rapporto "interpersonale", difendere la parte più debole, incapace ad "auto-tutelarsi".
Nel caso specifico giustizia non è né l’"atto eutanasico", attivo o passivo che sia, né l’"accanimento terapeutico", ancorché possano essere motivati, l’uno e l’altro, da pietà. Viceversa carità vuole che si accompagni con amorevole cura il malato all’esito naturale della morte; carità vuole che si sostengano adeguatamente coloro che sono legati al "morente" e vivono, con lui, la passione del "trapasso". La carità non si può pretendere giuridicamente; semmai nelle nostre società "secolarizzate", che hanno perduto il senso della "fraternità" avendo perduto la fede in un "Padre comune", si può pretendere la "solidarietà". Come chiederebbe la "dimenticatissima" ultima parte dell’"Articolo 2" della nostra "Costituzione".
Si noti infine che mentre la carità è "virtù cristiana", la giustizia è "virtù naturale", alla quale cioè sono chiamati tutti gli uomini. Dunque combattere per la giustizia non significa attentare alla "laicità" della politica, delle "leggi", dello "Stato"; significa, all’opposto, battersi per una reale e sana "laicità".