Un balcone che
regala panorami mozzafiato sulle «crode».
«Crescendo ho imparato a dialogare con la luna e le stelle: ti dicono molto».
La famiglia Baccichet gestisce il «Tita Barba» dal ’33.
«Qui sta la ragione della mia vita.
Non importa se passano settimane senza vedere nessuno».
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Da Pieve di Cadore (Belluno), Francesco Dal Mas
Vivere di silenzio. Anzi, di
silenzi. «Perché quassù ogni silenzio non è uguale all'altro. Vedi il monte
Antelao, qui davanti, e ti senti catturato dalla sua maestosità incombente,
quasi inafferrabile, e t'interroghi sul senso del limite. Ti volti verso
sinistra e "impatti" con un'altra maestosità, quella del Pelmo, soprannominato
"el caregon del Padreterno" ("il trono di Dio", "ndr")
ti suggerisce sentimenti di riconoscenza al Creatore. Ti giri a destra, e senti
la musicalità delle Marmarole, con le loro guglie che sembrano canne d'organo.
Dai di spalle, ed ecco gli Spalti di Toro: ti inteneriscono perché sembrano i
figli minori di questi grandi genitori dolomitici. Stanno appartati, non vengono
granché frequentati. Ed è il motivo del loro fascino. A ponente il gruppo del
Civetta, la signora delle Dolomiti. Vuoi "sentirle", queste montagne?
Vuoi ascoltare il fascino del Creato e del Creatore? Vieni con me».
Daniele Baccichet
lascia la moglie Anita a custodia del rifugio
«Tita Barba», a 1824
metri, sopra il lago del Centro Cadore e ci porta su un terrazzo. Un balcone
sulle «crode» dolomitiche. Non ci parla. Noi non gli parliamo. Immaginate il
bosco alle vostre spalle e ai vostri piedi. E tutt'intorno, a 360 gradi, tante
canne d'organo di pura roccia. Oggi perfino lucidate, perché ieri sera c'è
stato il temporale.
Silenzio, prego. Dopo qualche minuto, Daniele osa: «Non ti sembra di fare il
pieno di… Creato?». Ancora silenzio. E poi di nuovo Daniele. «Quel paese in
fondo alla valle è Lorenzago. In questi giorni ha ospitato Papa
Benedetto. Mentre
Wojtyla non perdeva giorno per salire sui sentieri in quota, uno più bello
dell'altro, Ratzinger preferisce il fondovalle, il bosco, la chiesetta alpina,
magari ignorata da noi stessi, ed elevare la preghiera con il valligiano. Un
incontro casuale, non però superficiale: Benedetto XVI s'interessa in
profondità di chi gli sta di fronte e della comunità in cui vive. Uno stile
decisamente nuovo, più sobrio, di andare in montagna per intrecciare nuove
relazioni, anziché nuove solitudini».
Daniele Baccichet aveva 8 anni quando è venuto quassù. Il rifugio è
raggiungibile solo a piedi, due ore di cammino. C'è una pista forestale, ma
pericolosissima. La sua famiglia gestisce da cinquant'anni la struttura. E le
difficoltà hanno sempre rappresentato un'opportunità, anziché un problema. La
luce elettrica non c'è. Nessun generatore di corrente, magari rumoroso. Il
"fotovoltaico" garantisce la sopravvivenza. Il caffè? «Con la
classica "moka" sul fornello a legna». I "goulash" ed i
"canederli" Daniele li fa cuocere sulla cucina a legna. Il televisore
c'è, ma viene acceso la sera, per il "tg", «quando capita e,
comunque, solo per noi, non per i clienti».
In rifugio, già a 8 anni (oggi ne ha 47), Daniele giocava nel bosco, con i
bambini delle baite meno lontane, costruendo la tenda degli indiani, «ogni
giorno diversa». Crescendo «ho imparato a guardare la luna e le stelle, e a
dialogare con loro: ti dicono molto». Per esempio? «Scendendo a valle, ti
porti dietro una maggiore consapevolezza di ciò che veramente conta nella vita.
Ti rendi conto quassù, davanti a queste creature millenarie, che sei veramente
di passaggio e che c'è un Mistero grande nella realtà. E allora che senso ha,
giù in valle, pensare solo a te stesso, ad accumulare, a non farti carico dei
problemi degli altri e a deturpare l'ambiente. Però attenzione…». A cosa?
«Le "grandezze" che quassù misuri ti consigliano di essere umile, di
affrontare la relazione, anzi le relazioni, con rispetto, senza imporre nulla.
Non puoi pretendere che la gente cambi e che, da un momento all'altro, si
converta al silenzio e agli altri valori che può acquisire con uno stile di
vita diverso. La "massificazione" è sempre un "disvalore". La
diversità è ricchezza. Guardati intorno e lo capirai». Infatti, non c'è una
cresta uguale all'altra. Perfino gli abeti sono diversi uno dall'altro. «Non
puoi costringere tutti a fare il caffè con la "moka". Non sarebbe più originale
per chi sale in rifugio e cerca proprio questa singolarità».
La famiglia Baccichet riceverà il "Premio Pelmo" per la sua fedeltà
alla montagna, che data dal 1933. Quattro generazioni di gestori, quindi. Aprì
"Tita Barba", il nonno, nel 1933. Riaprì nel 1968, dopo qualche tempo
di chiusura, Lorenza Ciotti, la mamma, che continuò fino al 1997. Nel frattempo
subentrò Daniele, il figlio. «Questo è il mio lavoro, da giugno a settembre,
ma anche la mia vita. La ragione della mia vita. Non riuscirei a inventarmela
un'altra, tanto è pregnante. E non importa se passano settimane senza vedere
una persona». Ma una famiglia dovrà pur vivere? «Ci basta sopravvivere
dignitosamente». Daniele scende a valle due volte la settimana per i
rifornimenti. Con il pane porta su i giornali. L'escursionista si trova spesso a
leggere il quotidiano di due, tre giorni prima. «Da una parte è divertente,
dall'altra è la dimostrazione che lo scorrere della vita ha ben altre
cadenze». Vale a dire? «L'alba ed il tramonto sono un grazie a nostro
Signore».