MISSIONE SPERANZA

VIVERE SULLE CIME

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Un balcone che regala panorami mozzafiato sulle «crode».
«Crescendo ho imparato a dialogare con la luna e le stelle: ti dicono molto».
La famiglia Baccichet gestisce il «Tita Barba» dal ’33.
«Qui sta la ragione della mia vita.
Non importa se passano settimane senza vedere nessuno».

Il Rifugio «Tita Barba», sulle Alpi Bellunesi.

Da Pieve di Cadore (Belluno), Francesco Dal Mas
("Avvenire", 29/7/’07)

Vivere di silenzio. Anzi, di silenzi. «Perché quassù ogni silenzio non è uguale all'altro. Vedi il monte Antelao, qui davanti, e ti senti catturato dalla sua maestosità incombente, quasi inafferrabile, e t'interroghi sul senso del limite. Ti volti verso sinistra e "impatti" con un'altra maestosità, quella del Pelmo, soprannominato "el caregon del Padreterno" ("il trono di Dio", "ndr"), ti suggerisce sentimenti di riconoscenza al Creatore. Ti giri a destra, e senti la musicalità delle Marmarole, con le loro guglie che sembrano canne d'organo. Dai di spalle, ed ecco gli Spalti di Toro: ti inteneriscono perché sembrano i figli minori di questi grandi genitori dolomitici. Stanno appartati, non vengono granché frequentati. Ed è il motivo del loro fascino. A ponente il gruppo del Civetta, la signora delle Dolomiti. Vuoi "sentirle", queste montagne? Vuoi ascoltare il fascino del Creato e del Creatore? Vieni con me».
Daniele Baccichet lascia la moglie Anita a custodia del rifugio «Tita Barba», a 1824 metri, sopra il lago del Centro Cadore e ci porta su un terrazzo. Un balcone sulle «crode» dolomitiche. Non ci parla. Noi non gli parliamo. Immaginate il bosco alle vostre spalle e ai vostri piedi. E tutt'intorno, a 360 gradi, tante canne d'organo di pura roccia. Oggi perfino lucidate, perché ieri sera c'è stato il temporale.
Silenzio, prego. Dopo qualche minuto, Daniele osa: «Non ti sembra di fare il pieno di... Creato?». Ancora silenzio. E poi di nuovo Daniele. «Quel paese in fondo alla valle è
Lorenzago. In questi giorni ha ospitato Papa Benedetto. Mentre Wojtyla non perdeva giorno per salire sui sentieri in quota, uno più bello dell'altro, Ratzinger preferisce il fondovalle, il bosco, la chiesetta alpina, magari ignorata da noi stessi, ed elevare la preghiera con il valligiano. Un incontro casuale, non però superficiale: Benedetto XVI s'interessa in profondità di chi gli sta di fronte e della comunità in cui vive. Uno stile decisamente nuovo, più sobrio, di andare in montagna per intrecciare nuove relazioni, anziché nuove solitudini».
Daniele Baccichet aveva 8 anni quando è venuto quassù. Il rifugio è raggiungibile solo a piedi, due ore di cammino. C'è una pista forestale, ma pericolosissima. La sua famiglia gestisce da cinquant'anni la struttura. E le difficoltà hanno sempre rappresentato un'opportunità, anziché un problema. La luce elettrica non c'è. Nessun generatore di corrente, magari rumoroso. Il "fotovoltaico" garantisce la sopravvivenza. Il caffè? «Con la classica "moka" sul fornello a legna». I "goulash" ed i "canederli" Daniele li fa cuocere sulla cucina a legna. Il televisore c'è, ma viene acceso la sera, per il "tg", «quando capita e, comunque, solo per noi, non per i clienti».
In rifugio, già a 8 anni (oggi ne ha 47), Daniele giocava nel bosco, con i bambini delle baite meno lontane, costruendo la tenda degli indiani, «ogni giorno diversa». Crescendo «ho imparato a guardare la luna e le stelle, e a dialogare con loro: ti dicono molto». Per esempio? «Scendendo a valle, ti porti dietro una maggiore consapevolezza di ciò che veramente conta nella vita. Ti rendi conto quassù, davanti a queste creature millenarie, che sei veramente di passaggio e che c'è un Mistero grande nella realtà. E allora che senso ha, giù in valle, pensare solo a te stesso, ad accumulare, a non farti carico dei problemi degli altri e a deturpare l'ambiente. Però attenzione…». A cosa? «Le "grandezze" che quassù misuri ti consigliano di essere umile, di affrontare la relazione, anzi le relazioni, con rispetto, senza imporre nulla. Non puoi pretendere che la gente cambi e che, da un momento all'altro, si converta al silenzio e agli altri valori che può acquisire con uno stile di vita diverso. La "massificazione" è sempre un "disvalore". La diversità è ricchezza. Guardati intorno e lo capirai». Infatti, non c'è una cresta uguale all'altra. Perfino gli abeti sono diversi uno dall'altro. «Non puoi costringere tutti a fare il caffè con la "moka". Non sarebbe più originale per chi sale in rifugio e cerca proprio questa singolarità».
La famiglia Baccichet riceverà il "Premio Pelmo" per la sua fedeltà alla montagna, che data dal 1933. Quattro generazioni di gestori, quindi. Aprì "Tita Barba", il nonno, nel 1933. Riaprì nel 1968, dopo qualche tempo di chiusura, Lorenza Ciotti, la mamma, che continuò fino al 1997. Nel frattempo subentrò Daniele, il figlio. «Questo è il mio lavoro, da giugno a settembre, ma anche la mia vita. La ragione della mia vita. Non riuscirei a inventarmela un'altra, tanto è pregnante. E non importa se passano settimane senza vedere una persona». Ma una famiglia dovrà pur vivere? «Ci basta sopravvivere dignitosamente». Daniele scende a valle due volte la settimana per i rifornimenti. Con il pane porta su i giornali. L'escursionista si trova spesso a leggere il quotidiano di due, tre giorni prima. «Da una parte è divertente, dall'altra è la dimostrazione che lo scorrere della vita ha ben altre cadenze». Vale a dire? «L'alba ed il tramonto sono un grazie a nostro Signore».