L’INEDITO

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in realtà Marx ci allontana dai poveri»

A padre Loew:
«Cristo ha frantumato gli assoluti falsi (soldi, onore, potere)
e non li ha rifatti in nuove gerarchie.
Ha vinto il mondo relativizzandolo».

MADELEINE DELBREL (1904-1964).

Madeleine Delbrêl
("Avvenire", 5/3/’08)

Caro Padre Fratello (Jacques Loew),
Sono rimasta impantanata per lei, nel bene e nel male, nelle mie considerazioni sulla missione in tutte le sue forme. Penso che la cosa migliore sia spedirle tutto quanto alla rinfusa, disordinatamente. In caso contrario rischierebbe di aspettare troppo tempo!
Penso che il filo conduttore sia il confronto fra la vocazione cristiana nella sua essenza e la vocazione missionaria. Un missionario è prima di tutto un cristiano. Per lui, essere missionario rappresenta lo sbocciare della propria vocazione cristiana. Tanto più questo cardine è ancorato in maniera profonda al mondo, tanto più rischia di perdere la fede nel «senso unico» della salvezza che non può venire che da Dio attraverso Cristo. Rischia di confondere il progresso umano con la salvezza e rischia di mettersi al servizio delle «ricette» di felicità che il mondo propone in quel momento. Rischia di dare al mondo la paternità di qualche "idea-forza" che non è in realtà che una briciola di Vangelo separata dal suo contesto e di cui alcuni gruppi umani si sono fatti carico. Rischia di unire il messaggio di Cristo ad altri messaggi, di farne un elemento della salvezza dell’uomo ad opera dell’uomo, di mettere il Vangelo al servizio di cause che non sono semplicemente e puramente quelle della salvezza.
Potrebbe dimenticare che solo Dio «è». Che il mondo «da solo» non produce né vita, né verità, né amore. Rischia di amare il mondo più che gli uomini. Rischia di farne una realtà assoluta quando non si tratta che di un relativo, di una possibilità incessantemente modificata dal gioco di forze buone e malvagie di tutti i cuori di tutti gli uomini. Il mondo non ha importanza.
Sono gli uomini che sono importanti. Il mondo è quello che essi sono. Si rischia anche di fare del mondo una astrazione, di credere che un mondo ricostruito con le nostre mani avrebbe uno slancio maggiore e potrebbe portare la salvezza. È chi vive ogni giorno che fa e disfa il mondo. Non è lavorando al mondo che lo si renderà migliore: è ogni uomo migliore che renderà migliore il mondo.
Il Cristo che ci è dato da vivere deve tradursi nella nostra vita: non deve essere né adattato, né rettificato. La vita non si adatta a chi la vive, né la verità agli occhi di chi la vede. Cristo è come è. Non possiamo renderlo diverso. Non possiamo renderlo altro che amore. Non possiamo modificare il suo amore che è prima di tutto amore per Dio e, di conseguenza, amore per gli uomini.
Cristo ha frantumato personalmente i falsi assoluti del mondo: il denaro, l’onore, il potere, rifiutandoli liberamente. Ma non li ha ricostruiti stabilendo un’altra società umana con delle nuove gerarchie di onore, di potere e di ricchezza. Ha vinto il mondo relativizzandolo, perché la vittoria del mondo sull’uomo è fondata sul presentarsi a lui come assoluto.
Cristo, di cui il cristiano vive, non gli offre le ali per una evasione verso il cielo, ma un peso che lo trascina verso il più profondo della terra. Questa vocazione nei confronti del mondo che sembra rappresentare in maniera specifica l’essenziale della vocazione missionaria non è che la conseguenza della presa di Cristo su di noi. Diminuire, assottigliare il nostro legame con Cristo e con la Chiesa significa, malgrado tutte le apparenze, diminuire quello che in noi tende verso il mondo e ci permette di immergerci in esso. Si tratta della condizione di un amore per il mondo che non sia un’identificazione con esso ma un dono.
Da tutto questo risulta che per la nostra vita pratica, al «punto di svolta» in cui tutti i rami della missione si trovano in questo momento – quello a cui noi siamo chiamati non è un particolare tipo di salvezza temporale dell’umanità, ma la salvezza stessa che Cristo è venuto portare e che è una salvezza «soprannaturale», che richiede dei mezzi «soprannaturali», mezzi che non possono venire se non dall’alto. Se, a causa del fatto che li amiamo e viviamo in mezzo a loro, facciamo nostri i metodi e il movimento dei "marxisti" come mezzi di salvezza, ci ritroviamo su una strada completamente sbagliata.

( 10 luglio 1950 )