L’universo non è cieco: fanno discutere le tesi dell’astronomo John Barrow.
La vita è
«impossibile» senza Dio ![]()
«Nel
cosmo le condizioni adatte all’esistenza sono assai improbabili,
eppure si sono verificate».
Luigi
Dell'Aglio
("Avvenire", 10/10/’06)
«Tra tutti gli universi
possibili, il nostro è eccezionale perché è adatto alla vita». Una
coincidenza, un dettaglio secondario, per molti. E invece «questo è un fatto
veramente straordinario, e va interpretato per spiegare scientificamente la
nostra stessa esistenza nell'universo».
Parla un insigne scienziato, noto in tutto il mondo: John
Barrow, 53 anni,
professore di astronomia al Gresham College di Londra, docente di matematica a
Cambridge e membro della famosa Royal Society, che nel 1687 pubblicò i
"Principia Mathematica" di Isaac Newton. Per interpretare la grande
singolarità dell'universo, Barrow ha abbracciato il principio antropico: le
condizioni che rendono il cosmo adatto alla vita erano sommamente improbabili,
dunque per capire l'universo non si può prescindere dall'uomo e dal suo ruolo.
E alla comunità dei ricercatori, perché cerchi con impegno le ragioni della
presenza dell'uomo nel cosmo, si rivolge Barrow in un'intervista pubblicata nel
numero di ottobre dal mensile "Newton", sotto il titolo «Dal Big Bang
a Dio: la teoria dell'astrofisico che supera i confini tra scienza e fede». Per
queste sue ricerche, il 15 marzo scorso John Barrow ha ottenuto il premio
Templeton per chi fornisce un contributo determinante «all'avanzamento della
conoscenza nel mondo spirituale e nei rapporti tra religione e scienza».
L'eccezionalità dell'universo è agevolmente dimostrata, secondo Barrow.
Bastano due esempi: la costante cosmologica Lambda, che indica la densità
dell'energia oscura (occupa il 70% dell'universo), e l'asimmetria tra materia e
antimateria. Se il valore Lambda fosse superiore a quello registrato
nell'universo, o se l'universo fosse costituito da antimateria, la vita sarebbe
impossibile. «Dal punto di vista statistico, un universo così composto aveva
una bassissima probabilità di esistere. Gli universi più probabili sarebbero
quelli con parametri diversi dai nostri, ma come osservarli? Presenterebbero
condizioni che escludono l'evoluzione della vita come la conosciamo».
Una parte dei ricercatori non accetta il principio antropico come teoria
scientifica; alcuni lo considerano uno stratagemma per nascondere i vuoti di
conoscenza, o addirittura l'ignoranza, in merito alle leggi della natura. Barrow
sa che la battaglia non è semplice. E indica il percorso da compiere. Prima di
tutto aggancia la sua indagine alla fisica quantistica, le cui leggi possono
fornire soltanto la probabilità, non la certezza, che un fenomeno accada.
Inoltre, «la presenza di un osservatore, cioè dell'uomo, è necessaria alla
determinazione delle leggi fisiche». I fenomeni, per la teoria quantistica,
avvengono solo in presenza di una forma di vita in grado di osservarli.
Non mancano i colleghi di Barrow per i quali il principio antropico resta
essenzialmente un'inferenza filosofica, una deduzione con un netto carattere
religioso. Barrow è credente? Lui confessa «una forte prospettiva religiosa,
che però non è in contrasto con l'attività di scienziato». Del resto,
aggiunge, «quando la scienza arriva a porsi domande fondamentali come quelle
sulla nascita dell'universo, si crea una profonda risonanza con il pensiero
religioso». C'è chi, sulle orme del biologo Richard Dawkins, vuole
«materializzare» la scienza. Barrow è contrario: «Si cade nell'ideologia,
che quando diventa fondamentalista è estremamente insoddisfacente».
Nel discorso tenuto alla Templeton Foundation, John Barrow ha detto che la vita
poteva crescere e radicarsi soltanto in un universo molto grande e molto vecchio
(ha 15 miliardi di anni). Un universo in cui le galassie si allontanano l'una
dall'altra a velocità sempre maggiore. «A questo universo apparteniamo
intimamente. Le stelle esplodono e diffondono i loro frammenti portatori di
vita. Il nucleo di ogni atomo di carbonio contenuto nel nostro corpo è passato
attraverso una stella». E pensare che più di un filosofo del passato aveva
visto l'universo come un ambiente «privo di significato e del tutto antitetico
alla vita, buio ed esposto al vento e al freddo, nel quale il nostro piccolo
pianeta vagava come un effimero frutto delle cieche forze della natura. Ma le
apparenze ingannano».
Ricevendo il premio Templeton, John Barrow ha così descritto una suggestiva
visita serale alla basilica di San Marco a Venezia: «La chiesa è immersa
nell'oscurità quasi assoluta. Poi un sistema, nascosto e discreto, di luci al
sodio svela gradualmente gli splendidi mosaici scintillanti di vetro e oro. Allo
stesso modo, attraverso gli strumenti resi possibili dalla scienza moderna, gli
astronomi hanno illuminato la volta celeste; l'universo ci appare in modo del
tutto inaspettato: molto più grande e più spettacolare (quasi ci annichilisce)
di quanto avessero immaginato gli antichi scrittori che celebravano la gloria di
Dio vedendo tutto oscuramente attraverso un vetro».