INTERVISTA

RITAGLI   Acqua pulita? Con il "sari"   MISSIONE BANGLADESH

Parla la microbiologa Rita Colwell,
che opera in Bangladesh per impedire le epidemie di colera.
«Occorre un "network" mondiale».

Luigi Dell'Aglio
("Avvenire", 25/10/’06)

Ha convinto le donne del Bangladesh a usare il "sari", il tradizionale abito indiano, per filtrare l'acqua da bere e così liberarla del "Vibrio Cholerae". Il tessuto è fitto e trattiene il batterio patogeno; così impedisce che contamini le bevande e continui a farne il principale veicolo per la trasmissione dell'infezione. Il colera, simbolo dell'abbandono in cui vive (e muore) la parte povera del pianeta, colpisce tuttora molti paesi (assai più della sessantina che lo dichiarano ufficialmente) ma lei, l'americana Rita Colwell, la maggiore microbiologa vivente, negli ultimi trent'anni ha trovato nuovi strumenti per combatterlo. Prima di tutto, ha estratto e analizzato il Dna del vibrione e ne ha svelato l'eccezionale capacità evolutiva. Per i suoi alti meriti scientifici, è stata presidente della "National Science Foundation", che promuove lo sviluppo della ricerca. Ora è professore emerito presso la "John Hopkins University". Venerdì 27 ottobre terrà la sua relazione al "Festival della Scienza" di Genova sul tema "Riscaldamento globale e salute umana".

Professoressa Colwell, il colera pareva debellato da oltre cento anni, almeno in America Latina...

«Il colera è stato ricacciato indietro ma riprende vigore. È una guerra impegnativa quella da condurre contro il vibrione. Abbiamo accertato che i microrganismi patogeni diventano sempre più aggressivi perché si ricombinano tra loro. Il colera continua a essere una malattia diffusa e devastante, specie nelle regioni del globo in cui è endemico, cioè sempre presente nella popolazione (con maggiore o minore diffusione). In Perù e in tutto il resto dell'America Latina non si vedeva da un secolo. Poi il risveglio in circa 16 paesi del subcontinente. Si è discusso molto su questo. La spiegazione: il vibrione era rimasto in una riserva ambientale propizia».

Nessun paese richiede più il certificato di vaccinazione anticolera. E molti nascondono la verità.

«Le situazioni segnalate sono solo la punta dell'iceberg. La realtà viene celata, per timore delle conseguenze sul turismo e sull'immagine del paese. Ma così si fa un doppio danno: i turisti, quando si ammalano, non tornano più, e la malattia non viene combattuta adeguatamente. Molte volte, però, il colera non viene segnalato all' "Organizzazione Mondiale della Sanità" in quanto non è stato neppure rilevato. I sistemi di sorveglianza anti-vibrione sono lacunosi».

Nell' '800, a Londra, il dottor John Snow riuscì a fermare il colera senza conoscere che cos'era. Si limitò a scoprire le fonti di contaminazione (la famosa maniglia della pompa d'acqua di Broad Street). Lei è scesa in campo per individuare le cause biologiche e ambientali delle epidemie. Quali sono?

«Per capire come si diffonde il "vibrio cholerae", bisogna partire dal mare, anzi dagli oceani (alcune tra le mie ricerche principali si sono svolte in Perù e in Bangladesh). Già gli scienziati dell' '800, in particolare il tedesco Robert Koch e l'italiano Filippo Pacini, avevano dimostrato che l'acqua è il veicolo per la trasmissione del vibrione. Mancavano però tante altre cose. La temperatura del mare ha un ciclo annuale molto simile a quello del colera. Hanno significato per noi anche le fioriture del "fitoplancton" e dello "zooplancton". E l'altezza delle onde del mare, la risalita in superficie delle fredde acque oceaniche di profondità. Tutto ciò facilita le incursioni del "plancton" sulla terraferma. E conta molto la concentrazione di sostanze nutrienti. La catena è "fitoplancton-zooplancton-vibrione". Poi, a riva, avviene il contatto con l'uomo».

Le enciclopedie dicono che la sua prima grande scoperta è avvenuta 33 anni fa, nel 1973.

«Allora ho scoperto l'associazione tra "vibrio colerae" e "zooplancton"».

Grazie all' "hi-tech", ha in mano la chiave del problema?

«Nessuna tecnologia permette di scoprire direttamente la presenza del colera. Noi siamo andati a indagare l'habitat, tutto il contesto ecologico nel quale prospera il batterio. Poi ne abbiamo studiato il Dna e infine abbiamo ottenuto il profilo genetico».

Allora le tecnologie sono servite?

«Per svelare i misteri del colera abbiamo abbandonato la ricerca batteriologica tradizionale: le colture di microrganismi e le analisi al microscopio non erano sufficienti. E così le ricerche condotte con i battelli: erano appassionanti (c'è tutta un'epica al riguardo) ma facevano perdere tempo e denaro. Ci volevano strumenti molto più sensibili. Abbiamo fatto ricorso ai satelliti. Il "telerilevamento" ci fornisce subito tutti i parametri oceanici. E abbiamo appurato che il vibrione si sviluppa con schiere di cellule che crescono in primavera ed estate, alla vigilia delle epidemie. Ma poi contano i comportamenti sbagliati della gente».

Avete diffuso le norme d'igiene?

«Certo, casa per casa. Ma in Bangladesh le famiglie - per bere e per lavarsi - usano l'acqua di laghetti, torrenti o fiumi, anche perché la ritengono preferibile, in quanto "naturale", a quella trattata chimicamente per uccidere i batteri. Per evitare di bere acqua contaminata, basterebbe bollirla prima di berla. Ma costa, e non c'è una legge che lo imponga».

Filtrando l'acqua con il sari, avete ridotto i contagi del 40-50%. Nuovi obiettivi?

«Sviluppare le conoscenze e arrivare a un modello globale che preveda con esattezza le epidemie di colera e le prevenga. Organizzare un "network" mondiale per tenere sotto controllo l'acqua e le infezioni che vi possono scoppiare».