«All’economia
attuale serve uno "scatto" di generosità».
Il sociologo francese Alain Caillé ripropone la questione del «dono».
Lo studioso,
che partecipa al "summit" in Vaticano sul "bene comune":
«Ormai è chiaro che i gesti "gratuiti" sono un dato decisivo nello
sviluppo delle società.
Bisogna uscire dall’"utilitarismo" esasperato».
Luigi
Dell’Aglio
("Avvenire", 3/5/’08)
Contro la logica dello sfrenato
"utilitarismo", che oggi sembra trionfare in molti campi, prende forma
una forte opposizione da parte della filosofia e dell’antropologia.
Ad alzare il "vessillo" della rivolta è stato, nel 1992, il sociologo
francese Alain Caillé
con il suo "Lo spirito del dono" – scritto a "quattro
mani" con il collega canadese Jacques
T. Godbout – : un libro
tradotto in cinque lingue, che gli ha assicurato fama internazionale.
Ma Caillé aveva già dato fuoco alla "santabarbara" con la
"Critica della ragione utilitaristica" del 1989, che assestava un
primo colpo all’"assioma" dell’egoismo, secondo il quale in ogni
azione e relazione sociale non si può che mirare al "soddisfacimento"
del proprio interesse. Ora, in un’epoca ancora dominata dal
"consumismo", il messaggio di Alain Caillé si rivolge ai
"sudditi" dell’impero "neoliberistico": «Quanta parte
delle attività dell’uomo, sia personali che sociali, deve essere impiegata
per soddisfare il puro e semplice "utilitarismo", e quanta invece
dovrebbe essere dedicata a produrre significati, pensieri, a dare un senso alla
vita, cioè al simbolico, al rituale, al politico, insomma al non
"utilitario"?».
L’individuo obbedisce automaticamente al sempre più "pervasivo"
modello dell’ "homo oeconomicus", imposto da certa pubblicità:
"massimizzare" utilità e piacere, respingere senza indugio non solo
ciò che fa soffrire ma anche, e soprattutto, ciò che non è utile. Eppure –
obietta Caillé – uomini e donne non sono venuti sulla terra per agire da
«animali interessati», che desiderano soltanto avere sempre più cose; anche
se non lo sanno, l’oggetto principale della loro "brama" non è
comunque la ricchezza quanto «l’essere riconosciuti». Alla "14°
Sessione Plenaria" della "Pontificia Accademia delle Scienze
Sociali",
apertasi ieri in Vaticano, la nuova filosofia e sociologia,
"incardinata" sul "paradigma" del "dono" e dell’"altruismo",
è stata illustrata dai suoi massimi rappresentanti: Alain Caillé, professore
all’Università di "Parigi Nanterre" e Jacques T. Godbout,
professore emerito al "National Institut of Scientific Research" dell’Università
di Montreal.
Professor Caillé, in un mondo "soggiogato" dall’etica dell’"utilitarismo", la rivendicazione di una nuova "economia", fondata sul "dono" e sull’"altruismo", non sembra "velleitaria"?
«La gente crede che il "dono" e la
generosità siano inutili "fronzoli", sentimenti "polverosi"
gettati in soffitta. Questa idea viene fatta valere con un
"bombardamento" quotidiano dal modello economico dominante, secondo il
quale non solo il mercato e gli scambi monetari ma anche l’apprendimento, il
matrimonio, la fede religiosa, l’amore e l’odio, la giustizia e il delitto,
sono regolati dalla logica "egoistica". E invece il "dono" ha un ruolo
oggi come lo aveva nel passato delle società umane. La grande scoperta è
merito dell’antropologo Marcel
Mauss, nipote ed erede
intellettuale di Emile Durkheim, uno dei fondatori della sociologia.
Nel 1923-1924, Mauss pubblica i risultati della sua indagine sulla pratica del
"dono cerimoniale". Però lui non si riferiva soltanto alle società
"arcaiche" e "primitive". La pratica di dare, prendere e
ricambiare, cioè il principio della "reciprocità", è stata posta da
Claude Lévi-Strauss alla base della ricerca "antropologica"».
Sarà duro il lavoro di "persuasione" per la nuova sociologia.
«Dal 1982 c’è un "Movimento AntiUtilitaristico nelle Scienze Sociali", che prende nome da "Mauss". È nata una "scuola di pensiero", la quale ha prodotto una rivista (che ho diretto); la tesi del "Movimento" è stata illustrata in oltre mille articoli e più di trenta libri. L’idea che ne scaturisce è che bisogna dare meno importanza all’"homo oeconomicus" e più spazio all’"homo politicus", all’"homo ethicus" e all’"homo religiosus"».
Che cosa ha scoperto, in pratica, l’inchiesta di Marcel Mauss?
«Ha dimostrato che i doni,
nelle società primitive, non avevano alcun valore materiale. Contavano come
"simboli" della relazione sociale, e comunque non avevano nulla a che
vedere con la "carità".
Talvolta esprimevano anche spirito aggressivo e "agonismo". Il dono è
un "simbolo" e rispetta la legge della "reciprocità". È la
circolazione di un "debito", che può essere invertita ma non
fermata».
Che cosa resta del "dono arcaico" nella società di oggi?
«Prendiamo il caso dei
donatori di sangue o di organi. Fanno un dono che potenzialmente è destinato a
tutti, alla famiglia, ai vicini, ai "concittadini" come agli
stranieri.
L’obbligo di dare rimane una regola della "socialità" primaria.
Esprime amore o amicizia?
Secondo me esprime "simpatia", o meglio quella che io chiamo "aimance",
cioè più esattamente "l’interesse per gli altri". Si tenga conto
che la teoria dell’estremo "utilitarismo" era stata già emendata
dalla corrente "anglosassone" della "filosofia morale". L’individuo
persegue la duratura soddisfazione del suo interesse personale, se riesce anche a
"massimizzare" la soddisfazione degli interessi del maggior numero di
persone. Un "egoismo altruistico"».
Come "convertire" l’egoista in altruista?
«C’entra la costruzione dell’identità, individuale e collettiva. L’egoista non vuole tanto possedere, quanto "essere riconosciuto". Intendiamoci: anche il dono può essere "interessato", ma le indagini sociologiche mostrano che "è interessante essere disinteressati". Il "disinteresse" paga».