Auschwitz,
dove si è compiuto «l’abominio della desolazione» del secolo scorso,
può essere un luogo di riconciliazione fra le religioni.
Una riflessione di suor Minke de Vries, priora per quasi trent’anni a
"Grandchamp".
Pace nel giardino dell’Olocausto
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«Il
"lager" è diventato un luogo dove, sulla cenere delle vittime,
cresce una memoria capace di superare gli odi e le divisioni fra gli uomini».
Sr. Minke De
Vries
("Avvenire", 11/1/’08)
C’è un’esperienza che mi ha
segnata per il resto della vita. Ho avuto l’immenso privilegio di partecipare
al viaggio «Memoria per la pace» ad Auschwitz,
organizzato da padre Emile Shoufani, parroco di Nazareth,
e da Jean Moutapa. Padre Emile non parlava di pellegrinaggio, in segno di
rispetto e discrezione. Come può Auschwitz, dove si è «compiuto» l’abominio
della desolazione (Mt 24,15) della storia del popolo ebreo, della storia dell’umanità,
come potrebbe questo luogo essere un luogo di pellegrinaggio come lo sono, per
esempio, Gerusalemme e La Mecca? Un luogo di "memoria", sì, di
"memoria per la pace".
Abbiamo partecipato in 500: di questi 300 venivano da Tel Aviv e 200 da Parigi:
ebrei, arabi - musulmani e cristiani - e altre persone come me, cristiane e non.
Durante le giornate di preparazione a Parigi ho conosciuto diverse persone tra
cui alcuni "scout" musulmani, musulmane, ebrei ed ebree. Anche ad
Auschwitz alcuni legami si sono approfonditi... senza tante parole! Avevo
bisogno soprattutto di fare silenzio, di conservare uno spazio interiore. Tutto
si "imprimeva" dentro di me, nel profondo delle viscere. Tutto mi
parlava, mi "percuoteva": gli edifici e quel che ne restava, l’immensa
distesa che abbiamo percorso per due giorni; in mezzo, la ferrovia installata
per «accogliere» il più «efficacemente» possibile i 400.000 ebrei
ungheresi, tra cui Magda. Da una parte e dall’altra, strade con baracche a
perdita d’occhio, di cui non si vedono altro che le "vestigia", il
filo spinato... il luogo di «smistamento», dove abbiamo celebrato la cerimonia
finale. E, soprattutto, i volti, le testimonianze degli ex-deportati.
La stessa terra su cui anche noi camminiamo, Anna, Etty, Edith, Rose, l’avevano
calpestata una sola volta per andare alle camere a gas. Magda ci offre la sua
testimonianza, in memoria di tante altre rimaste anonime: «La mia vita si è
fermata a quattordici anni, in piena crisi adolescenziale, in piena guerra. Ad
Auschwitz ho lasciato mia madre e mia sorella, senza uno sguardo, senza un
gesto, e quando mi sono resa conto della loro assenza, una "kapò"
polacca si è incaricata di dire, con aria indifferente: "Guardate quel
camino da cui escono le fiamme, sono già tutti dentro". La mia vita si è
fermata una seconda volta».
Sembrava che nemmeno un filo d’erba potesse crescere su quella terra impastata
di ceneri, di sangue, di lacrime, schiacciata dagli stivali, sporcata dai cani,
quella terra calpestata da migliaia di piedi provati, feriti, umiliati. Nemmeno
un uccello restava in quel luogo di desolazione inventato e messo a punto da
cervelli umani, tanto l’aria era irrespirabile, satura dei fumi dei forni
crematori.
Strano contrasto, adesso, con questa natura rigogliosa, l’odore dell’erba
appena tagliata, il canto degli uccelli, i fiori. Ne ho raccolti alcuni in
quella che era stata la baracca di Magda. Hanno terminato il loro viaggio a "Grandchamp",
all’"Arca", ai piedi di Cristo crocifisso, il Cristo che ci ha
regalato un amico artista brasiliano, torturato nel suo paese ai tempi della
dittatura: un Cristo il cui corpo non è altro che un immenso grido di dolore!
Della baracca di Magda restava solo più il perimetro di mattoni - rivedo ancora
suo marito camminare là dentro immerso nei suoi pensieri. E Magda, lei non
aveva ancora avuto occasione di tornare in quel posto. Raccontava, raccontava...
«Ecco in fondo alla strada il cancello da cui uscivamo per andare al lavoro; il
mio consisteva nel trasportare le ceneri verso lo stagno».
La sera, all’hotel, un giovane musulmano che occupava una carica importante
presso la "Grande Moschea" di Parigi - l’ho saputo in seguito - mi
porge un crocifisso intagliato in legno d’ulivo. «È suo? L’ho trovato
mentre eravamo con Magda nella sua baracca». L’indomani a Orly era ancora
preoccupato: «Ha saputo di chi è?». Che fare? L’ho portato a
"Grandchamp", l’ho messo nel mio angolo di preghiera. Qualche
settimana dopo mi scrive una donna di nome Juliette, avvertita da Magda: era il
suo!
«Memoria per la pace» ad Auschwitz: per chiunque abbia compiuto questo
viaggio, c’è un prima e un dopo. Impossibile ormai tornare indietro.
Auschwitz, o trasforma o fa cadere nella più assoluta disperazione, sempre che
non si voglia semplicemente scappare. Sì, come si può continuare a credere?
Continuare a sperare? E l’amore? Chagall mi ha aperto una pista con la sua «crocifissione bianca»: quell’ebreo credente sulla croce in mezzo a tutta
quella confusione di angoscia, di desolazione, di orrore del suo popolo. Quel
"Jeshoua", sentendosi completamente abbandonato dai suoi, si è
abbandonato interamente a un "Altro" nel suo "sì" fino alla
fine. Chagall ha messo delle luci ai suoi piedi, riflesso della luce che viene
da altrove, come una certezza. Come il "punto zero" dove tutto sembra
finito per sempre? Ma è proprio da lì che sgorga la luce, un seme di vita, d’amore,
di speranza contro ogni speranza, come una sorgente di bontà, di umanità.
Come esprime la dichiarazione finale letta a Birkenau, in presenza di tutti noi,
ebrei e non, al di là delle nostre origini diverse, al di là delle fedi, al di
là della "non-fede" o delle scelte filosofiche degli uni e degli
altri: «Insieme, affermiamo che ogni uomo e ogni donna, per tutto il tempo che
vive su questa terra, dall’infanzia alla vecchiaia, porta in sé una scintilla
sacra degna del più alto rispetto» (...) «Insieme, ci impegniamo a conservare
la memoria della "Shoah", e a compiere il lavoro comune che, a partire
dagli insegnamenti di questa memoria, ci permetterà di esplorare insieme un
orizzonte di pace».