Il Direttore della "Fao" lancia un "appello" in vista del "G8"

RITAGLI     "Cibo": un diritto per tutti     MISSIONE AMICIZIA

Una «roadmap» per eliminare la fame e impedire che la "crisi finanziaria" aggravi
la situazione di profonda "malnutrizione" nei Paesi "poveri".
Ma occorre una «governance» diversa.

JACQUES DIOUF, Direttore della "FAO"...

Jacques Diouf
("Avvenire", 5/7/’09)

Prima degli effetti negativi indotti dall’aumento dei prezzi delle "derrate alimentari" nel 2007-2008, molte aree del mondo progredivano verso la realizzazione dell’obiettivo del "Vertice Mondiale dell’Alimentazione" ("Wfs") e degli "Obiettivi di Sviluppo del Millennio"('Mdg") di dimezzare la "fame" entro il 2015.
Analogamente, alcuni Continenti registravano buoni progressi nella riduzione della povertà. La "crisi" della sicurezza alimentare globale ha invece annullato o invertito molti dei vantaggi conseguiti nella lotta contro la fame.
L’insicurezza alimentare mondiale ha toccato livelli inaccettabili. Secondo le stime della
"Fao", nel 2007 il numero di "affamati" nel mondo è aumentato di 75 milioni, soprattutto a causa dei prezzi alimentari elevati. Un ulteriore aumento di 40 milioni è previsto per il 2008.
Quindi, oggi nel mondo esiste un totale di 963 milioni di persone "sottonutrite". In altri termini, quasi un miliardo di esseri umani, cioè il 15% della popolazione mondiale, soffre cronicamente la fame e la "malnutrizione". La situazione della fame e della povertà potrebbe aggravarsi ulteriormente sulla scia della "crisi" economica e finanziaria che colpisce le economie "reali" di un numero crescente di Paesi e in particolare le persone più vulnerabili, come i più poveri, i "senza terra" e le donne "capo-famiglia".
La "stretta creditizia" potrebbe limitare l’accesso dei Paesi bisognosi ai "finanziamenti" necessari per l’acquisto dei prodotti alimentari sul mercato e per la copertura del fabbisogno locale. La riduzione dei prezzi alimentari osservata a partire dal mese di Luglio 2008 non deve essere interpretata come un superamento della "crisi" della sicurezza alimentare. La "crisi" non soltanto permane, ma potrebbe anche aggravarsi.
I prezzi in caduta libera e l’incertezza economica potrebbero scoraggiare gli agricoltori dall’investire nei mezzi di produzione. Nella prossima "campagna agricola", o in quella successiva, una diminuzione delle "colture" potrebbe causare un calo significativo della produzione nel 2009/2010 e un aumento dei prezzi, forse ancor più rilevante rispetto al 2007/2008, a meno che tale aumento sia mitigato dalle conseguenze della "recessione" economica sui redditi. Se aggiungiamo la crescente domanda di prodotti agricoli per il settore delle "bio-energie" e gli effetti negativi del cambiamento climatico, è molto probabile che i fattori determinanti della domanda e dell’offerta aggraveranno i rischi dell’insicurezza alimentare nei "paesi in via di sviluppo", soprattutto nei paesi a basso reddito e con "deficit" alimentare che si trovano ad affrontare una rapida "urbanizzazione" e una rapida "crescita demografica".
È essenziale che la "comunità internazionale" si ponga come obiettivo lo "sradicamento" della fame. Moralmente e responsabilmente, non possiamo agire a metà, fissando come unico obiettivo il dimezzamento della fame. I "leader" mondiali e la "comunità internazionale" devono raggiungere un ampio consenso per cancellare la fame e la "malnutrizione" dalla faccia del pianeta entro il 2025. La realizzazione di questo obiettivo faciliterebbe l’attuazione delle "Linee Guida per il Diritto al Cibo" e il raddoppio della produzione alimentare entro il 2050. La "roadmap" per il conseguimento di questo obiettivo è chiara, ma richiede una "leadership" politica e un corretto investimento delle risorse. In primo luogo, occorre correggere le politiche e il sistema agricolo internazionale che hanno portato all’attuale situazione di fame e di povertà. A tal fine, è necessario porre in essere un sistema di "governance" della sicurezza alimentare mondiale più coerente ed efficiente. Affinché gli agricoltori dei "paesi in via di sviluppo" e dei paesi "sviluppati" continuino a lavorare nell’agricoltura, e a produrre gli alimenti di cui il mondo ha bisogno, è necessario assicurare loro un reddito paragonabile a quello dei loro "concittadini" che lavorano nel "secondario" e nel "terziario", attraverso un programma di sostegno all’agricoltura che eviti gli effetti "distorsivi" sui mercati.
In secondo luogo, ogni anno, dovrebbero essere mobilizzati trenta miliardi di dollari per gli investimenti del settore pubblico e privato nelle "infrastrutture rurali" e nel miglioramento dell’accesso ai moderni "input" agricoli, al fine di aumentare la produzione alimentare.
L’
"Assistenza Ufficiale allo Sviluppo" ("Oda") dovrebbe essere potenziata coerentemente con gli impegni assunti a Monterrey nel 2002 e a Doha nel 2008.
Inoltre, deve essere invertito il "trend" della costante riduzione della quota dell’agricoltura nell’assistenza allo sviluppo e nei "portafogli impieghi" delle banche. In terzo luogo, è necessario adottare un meccanismo di reazione rapida alla "crisi alimentare" sul modello del "sistema di allarme precoce" che ha dato ottimi risultati nel 2007.