"SINODO DEI VESCOVI"

RITAGLI     L’aurora e i colori del tramonto     DOCUMENTI

L’"inculturazione"? Non è un "optional".
Ne va dell’essenza del "messaggio cristiano".
Il recente "Sinodo dei Vescovi" l’ha ribadito.
Ma nella "prassi ecclesiale" c’è un "ritardo" da colmare.

P. Costanzo Donegana*
("Mondo e Missione", Febbraio 2009)

«La "Bibbia" è "carne", "lettera"; si esprime in lingue particolari, in forme letterarie e storiche, in concezioni legate a una cultura antica»: sono parole del "Messaggio al Popolo di Dio" del "Sinodo dei Vescovi" celebrato in Ottobre. Il tema era «La Parola di Dio nella vita e la missione della Chiesa» e, a detta della maggior parte degli osservatori, si è trattato di un momento alto della vita della Chiesa attuale. I partecipanti potevano assecondare una certa tendenza di tipo "spiritualista" e "devozionista", dimentica della «carne e del sangue», o lasciarsi interrogare e provocare dalla "Parola sine glossa". Lo Spirito Santo li ha spinti su questo secondo binario.
La prima grande affermazione è stata: il cristianesimo non è una religione del "Libro", ma della "Parola", che è una persona, la "Parola di Dio" fatta uomo, Gesù Cristo. Questo significa che la "Parola" va al di là del "Libro": Dio parla nella creazione, nella storia, nella coscienza della persona, nelle varie culture e religioni. La "Parola", quindi, non è né «ecclesiale», né, tanto meno, «clericale»: è "umano-divina", cioè Dio che parla all’uomo e questi gli risponde. Perché questo dialogo e incontro avvenisse e avvenga era necessario che Dio imparasse come l’uomo parla: Dio non ha una lingua sua, ma parla tutte le lingue. Quando ha voluto scriverci un messaggio, ha usato lingue concrete, parlate da popoli determinati: ebraico, aramaico, greco... Tutto questo vuol dire che Dio si è «inculturato». Di conseguenza, è stato detto al "Sinodo", «l’inculturazione della "Parola di Dio" non è né un processo moderno né un’iniziativa facoltativa. Si osserva nella stessa genesi degli scritti biblici. Molti "Padri Sinodali", in particolare dell’
Africa, dell’Asia e dell’"America Latina", hanno sottolineato l’apporto prezioso delle culture tradizionali», ha rilevato il Cardinale Marc Ouellet.
È frutto di poca conoscenza della storia della Chiesa affermare: «Cosa è questa "inculturazione" di cui tanti si riempiono la bocca?». La Chiesa antica è stata una Chiesa "inculturata": le Chiese orientali ("ortodosse" e cattoliche) nella loro grande varietà lo mostrano. Purtroppo, nella Chiesa occidentale "latina" si è invece prodotto, nel corso dei secoli, un processo di "assolutizzazione" del modello di cristianità come l’unica possibilità di traduzione del cristianesimo. Con la conseguenza di esportarlo e imporlo "tout court" alle popolazioni "colonizzate" ed "evangelizzate".
Si è trattato di un’interpretazione errata dei concetti di unità e cattolicità della Chiesa. Si è confusa l’unità con l’uniformità: quanti all’epoca del "Concilio" si opponevano alla Messa nelle "lingue locali", sostenendo che il "latino" era elemento di unità della Chiesa? Diceva Agostino, dando voce alla Chiesa stessa: «Io sono in tutte le  lingue; mia è la greca, mia la siriaca, mia l’ebrea, mia quella di tutti i popoli, perché sono nell’unità di tutte le genti». Una cattolicità variegata, un’unità "sinfonica": suoni diversi in armonia.
Un grande sogno, non certo facile. Tant’è che dopo l’entusiasmo delle sperimentazioni di "inculturazione" sullo slancio del "Vaticano II", si assiste ora a una certa "stasi". Non che manchino dichiarazioni ufficiali di Papi e "Conferenze Episcopali" sulla necessità dell’"inculturazione". Ma la pratica è lontana dalle parole. Forse perché la Chiesa, per quasi un millennio, sino al "Concilio", non ha avuto consuetudine con l’"inculturazione" o perché l’affermazione dell’unità è ancora sbilanciata a scapito della "pluralità", con un eccesso di "centralizzazione" in Roma e uno spazio troppo limitato concesso alle "Chiese locali". O perché si ha paura del nuovo; o per certi eccessi nella "sperimentazione"…
Ma, come diceva Maurice Blondel, «perché imporre all’aurora i colori del tramonto?».

* Missionario del "Pime" in Brasile