ANNIVERSARI

Dieci anni fa in Algeria gli islamisti uccidevano sette monaci trappisti,
che tentavano di trasformare il «nemico» in amico.

RITAGLI   I martiri del dialogo   ALGERIA

L’eccidio di Tibhirine gettò, come nei tempi antichi, il seme della testimonianza,
grandezza dei cristiani dove più sono avversati.

Guido Dotti
("Avvenire", 19/5/’06)

«Memoria evangelica della Chiesa». Così il gesuita Jean-Claude Guy aveva definito la vita religiosa e monastica in particolare. "Memoria evangelica" perché con il loro "essere", prima ancora che con il loro "agire", i religiosi ricordano alla Chiesa alcune istanze del Vangelo. Ed è a questo tipo di "memoria" che ci rimanda il decimo anniversario del rapimento e dell'uccisione dei sette monaci trappisti di Notre-Dame de l'Atlas a Tibhirine, in Algeria. Christian, il priore, e i suoi confratelli Luc, Christophe, Michel, Bruno, Célestin e Paul caddero «vittime del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria», come scrisse nel suo testamento frère Christian dopo la prima, seria minaccia da parte degli integralisti di matrice islamica. I sette monaci furono gli ultimi di diciotto religiosi e religiose vittime di una violenza cieca; dopo di loro cadde ancora il vescovo di Orano, il domenicano Pierre Claverie. Eppure, ciascuna di queste vittime ha fatto proprio con la sua vita quanto scriveva ancora Christian nel testamento: «Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che, forse, chiameranno la "grazia del martirio", il doverla a un algerino, chiunque egli sia, soprattutto se dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l'islam. So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. So anche le caricature dell'islam che un certo islamismo incoraggia. L'Algeria e l'islam, per me, sono un'altra cosa: sono un corpo e un'anima». Parole, queste, che si fondano su un quotidiano, instancabile impegno a fare dell'altro un amico, a trasformare l' "hostes", l'avversario, in "hospes", l'ospite accolto nella propria casa, nella propria mente e nel proprio cuore. Solo poche settimane fa, con l'uccisione di don Andrea Santoro a Trebisonda in Turchia, questa testimonianza fino al sangue di qualche cristiano in Paesi dove la Chiesa è ridotta a una sparuta minoranza è tornata a scuotere nel profondo non solo chi ne condivide la fede, ma anche quanti misurano cosa significhi vivere e testimoniare il proprio credo in un contesto, se non ostile, perlomeno indifferente. Sì, percepiamo qualcosa della portata di termini come "cristianità", "religione civile", "radici cristiane", quando la brutalità ci pone di fronte all'apparente "follia" del Vangelo. Allora, capiamo che nell'annuncio della buona notizia il "modo" di testimoniarla non fa parte di strategie di mercato né di calcoli di potere, bensì ha a che fare con il contenuto stesso della fede. Dei sette monaci dell'Atlas i giornali francesi scrissero che la loro vicenda aveva «rievangelizzato» la Francia intera. In questo senso possiamo riprendere l'adagio patristico che vedeva nel «sangue dei martiri il seme dei cristiani»: guardando le vicende umane con lo sguardo di Dio, da autentici "contemplativi", possiamo discernere la fecondità della buona notizia evangelica. Il XX secolo è stato tragicamente fecondo di testimonianze rese all'unico Dio fino a versare il sangue e, sovente, rese in una luminosa comunione di martirio che cancellava nelle atroci sofferenze di "lager" e "gulag" qualsiasi separazione confessionale. Questo sguardo sull'umano dispiegarsi della fede nel Dio unico riuscirà forse a far balenare qualcosa di quella che sarà la visione di pace che ci sarà dato di contemplare nella pienezza dei tempi. In questi ultimi decenni l'intrinseco legame tra vita cristiana quotidiana e testimonianza fino al martirio è tornato a brillare al cuore stesso della Chiesa, dopo che per quindici secoli era rimasto confinato nelle estreme regioni della missione. Certo l'irrompere del martirio provoca timore, sbandamento, insicurezza… Ma sono questi i sentimenti che devono abitare quanti non desiderano più nulla per se stessi e hanno a cuore l'annuncio del Vangelo? Così scriveva frère Christian: «Insicurezza? È una grazia di fede. La più scomoda per chi pensa solo a dormire. La più adatta alla vigilanza… A Cristo è stato proposto di scegliere tra due stabilità: il trono o la croce. Cristo ha scelto la croce: ne ha fatto il suo trono, lo sgabello del suo regno. Purtroppo nel corso della storia la Chiesa ha spesso preferito il trono». Davvero questa «insicurezza», questo ritorno della possibilità del martirio è un grande segno per tutti, dentro e accanto alla Chiesa: cristiani di ogni latitudine e confessione mostrano ai loro fratelli in umanità che vale la pena di vivere perché vale la pena di morire per Gesù Cristo e che essere battezzati è una cosa seria, il «caso serio» che arriva a determinare la stessa morte fisica. La sofferenza fino alla morte, accettata nell'amore anche per il nemico, è l'estremo rifiuto della logica dell'inimicizia, l'unico atto che può porre fine alla catena delle rivalse e delle vendette. Con il martirio, un cristianesimo che sembra in difficoltà nel comunicare con gli uomini di oggi ritrova, in una «grazia a caro prezzo», la capacità di suscitare domande e di inquietare le coscienze. Come annotava Ignazio di Antiochia alla fine del I secolo, mentre era condotto al martirio a Roma, è nelle situazioni in cui il cristianesimo è odiato e avversato che emerge con forza la sua vera natura, il suo essere «non opera di persuasione, ma di grandezza».

http://www.monastere-tibhirine.org/
Sito del Monastero di Tibhirine (Algeria)