Betlemme, nuove sfide per l’università
cristiana ![]()
L’istituto ha
una forte presenza musulmana.
«I nostri laureati? Hanno più "chance" di lavoro rispetto a quelli
di altri atenei».
Camille
Eid
("Avvenire",
23/12/’07)
«Qui non c’è mai stata e mai
ci sarà una maggioranza di studenti cristiani. È una vera sfida quotidiana, ma
la nostra missione non può essere condizionata dai numeri». A parlare è Irene
Hazou, assistente del
vicepresidente per gli affari accademici dell’"Università
di Betlemme". Nata
nel 1973, a nove anni dalla storica visita in Palestina di Paolo VI e per suo
volere, l’università è da allora affidata ai "Fratelli delle Scuole
cristiane" (i "Lasalliani"), "leader" nel campo dell’istruzione.
Il "Patriarca" latino di Gerusalemme, monsignor Michel Sabbah, che è
stato in passato presidente, l’aveva definita «un esempio di perseveranza,
fede, amore e una voce per la promozione del dialogo e della collaborazione fra
musulmani, cristiani ed ebrei in Terra Santa». L’ateneo è l’unico istituto
accademico cattolico di Terra Santa sostenuto dalla "Santa Sede" e
conta oggi 2700 studenti iscritti, di cui il 68 per cento musulmani. «L’università
tiene a sottolineare la propria identità cattolica, ma non esiste alcuna
discriminazione religiosa», afferma ancora Hazou. «Nei corridoi sono esposti
pannelli che illustrano gli ideali cristiani che stanno alla base del nostro
lavoro e che puntano tutti al servizio concreto della società palestinese. Da
qui anche la scelta delle facoltà: Scienze umanistiche, Economia e commercio,
Infermieristica, Scienze e l’Istituto di amministrazione alberghiera e
turistica. Settori vitali per l’economia palestinese». Sui rapporti tra
studenti cristiani e musulmani, Hazou non ha dubbi. «Tutti, dice, partecipano
attivamente alle occasioni di preghiera nel massimo rispetto reciproco. I
cristiani ortodossi hanno a disposizione servizi religiosi regolari e per la
popolazione universitaria musulmana c’è una stanza per la preghiera. D’altronde,
i giovani affrontano le stesse sfide: circondate da ogni lato dal
"Muro" israeliano, la maggior parte delle città palestinesi, anche
quella di Betlemme,
sono praticamente prigioni. Gli studenti che provengono da fuori Betlemme sono
soggetti a chiusure dei varchi, vessazioni militari e controlli di sicurezza che
possono provocare lunghi ritardi». Chiediamo se l’obiettivo di fermare l’emigrazione
dei cristiani di Terra Santa sia stato raggiunto. «L’Università ha
certamente contribuito a ridurlo», risponde Hazou. «Ma la regione di Betlemme
ha pagato un caro prezzo durante l’"Intifada". La vicinanza di
insediamenti ebraici incoraggiava i militanti palestinesi a usare la città come
base di lancio degli attacchi, con Israele che non lesinava le ritorsioni».
«Non dimentichiamo poi – aggiunge – i periodi di "coprifuoco",
come durante il celebre assedio alla "Basilica della Natività" in cui
l’università è stata occupata e le lezioni sospese». Da qui, la vera
scommessa: trasmettere ai giovani che vivono in un’atmosfera di guerra e
tensione i valori della riconciliazione e del perdono. «Lo sperimentiamo ogni
giorno – dice Hazou – . Combattiamo la confusione tra politica e didattica,
non ammettiamo che s’inneggi alla violenza nelle assemblee studentesche. Anche
per questo abbiamo negato una volta un raduno pubblico agli studenti del
"Blocco islamico"». Il dialogo e il rispetto dell’altro sono un
cardine dell’"ethos" dell’ateneo. «Molti studenti musulmani
provengono dalla zona di Hebron. Per loro si tratta del primo contatto con una
realtà cristiana e ne sono positivamente colpiti.
Questo fa sì che i nostri laureati siano privilegiati sul mercato del lavoro
rispetto a quelli di altre università, comprese quelle che hanno una certa
popolazione cristiana, come Birzeit e al-Quds». Tutto questo grazie anche alla
generosità dei molti benefattori di tutto il mondo, che non vengono mai meno all’impegno
di mantenere acceso questo piccolo lume di speranza nella cittadina dove è nato
Gesù.