DALL’ABRUZZO

PRECEDENTE     «Nel nostro "avamposto" della speranza,     SEGUENTE
la laurea sarà molto più che un "pezzo di carta"»

Don Luigi Maria Epicoco*
("Avvenire", 21/4/’09)

Sono bastati pochi secondi per seppellire sotto le "macerie" un’intera città, con i suoi palazzi, le sue Chiese, i suoi "vicoli" e i tanti volti, soprattutto di giovani "universitari", che in quella notte hanno trovato la morte.
Ma non è di morte che voglio parlare in queste righe. Già si è parlato tanto di essa. Voglio parlare di vita. Di vita nuova, "rinnovata", diversa. Anche in nome di quei ragazzi, di quei nostri (miei) giovani che sono morti e non avrebbero voluto che ci fermassimo "attoniti" davanti ai loro "sepolcri". È il tempo di rialzarci, di raccogliere anche le loro speranze e i loro sogni e di ricominciare. Ma ogni nuovo inizio è sempre carico di paura. C’è la paura che forse non ci sarà davvero "risurrezione" per questa città, c’è la paura che tra queste "macerie" alla fine ci si dimentichi di una città "sommersa" che oggi non ha più voce, che è quella dei trentamila "universitari" che hanno abitato fino a qualche giorno fa i nostri "vicoli", quella "Casa dello Studente" divenuta emblema di queste ore "drammatiche". Ma ho raccolto nelle ultime giornate tanti "messaggi" carichi di speranza, di voglia di ricominciare.
Questa sofferenza ci ha costretti a renderci conto che la
"Chiesa" che abitiamo non è quella delle "pietre" ma quella dei "rapporti". È la "Chiesa" intesa come compagnia in cammino. E ti accorgi che la compagnia è più grande di quella che immaginavi. Che ciò che ieri divideva tanti oggi unisce moltissimi. Che l’ideale di "solidarietà", di "concretezza", di serietà della ricerca della verità e del senso non sono parole "retoriche" lasciate in qualche "sagrestia", ma quotidiani sforzi visibili proprio qui, in mezzo alle "tende" piantate sulle pendici di queste montagne. In queste sere riprenderemo in mano la "Bibbia", almeno con chi è stato costretto a rimanere perché non aveva un altro posto dove rifugiarsi durante l’"emergenza". Ripartiremo dalla "Parola". Abbiamo bisogno di "Qualcuno" che ci spieghi almeno "come" vivere tutto questo, come non "disertare" la realtà che abbiamo davanti.
Perché la "tentazione" di scappare, di non pensarci, di delegare qualcun altro è sempre "accovacciata" alla nostra porta. Qui non si tratta più di passare un esame o di conquistare con "mediocrità" una laurea. Qui si gioca qualcosa di più importante, di più serio e di più significativo. Da questa esperienza verranno fuori uomini e donne migliori oppure "frustrati". Diventare medico qui renderà la medicina qualcosa di più di una semplice professione al servizio dei "corpi". Diventare ingegnere qui significherà molto di più che saper calcolare per bene le misure dei "progetti" e delle "costruzioni" (e visti i crolli di
L’Aquila già questa sarebbe una conquista non da poco). L’Aquila, oggi deve e può dare di più. Anzi, questo "di più" i giovani "universitari" lo vogliono prendere nonostante le apparenze non molto confortanti. Si sente già nell’aria che, dopo l’"esodo" forzato, questi giovani torneranno sulle "macerie" e renderanno la desolazione un "avamposto" della speranza. E la speranza non è una questione di domani, ma di oggi.

* Responsabile della "Parrocchia Universitaria" San Giuseppe Artigiano dell’Aquila