UN DIBATTITO NON SEMPRE LUCIDO
Il Papa davanti alla
coscienza ![]()
Luciano
Eusebi
("Avvenire",
1/11/’07)
C’è un "filo rosso"
di natura "liberale" nella riflessione del Papa
ai farmacisti
cattolici. La
premessa implicita è che i diritti fondamentali non dipendono da un giudizio
altrui sulle capacità o qualità che un individuo esprima in un dato momento
della sua esistenza, né dall’altrui disponibilità a stabilire una relazione
con lui, bensì, per l’appunto, dalla sua stessa esistenza. Nozione, questa,
che fonda il principio di uguaglianza, vale a dire il fondamento stesso della
democrazia. Il fatto che quando sussista il processo esistenziale continuo e
autogovernato in cui s’identifica la vita di un individuo umano sussistano
anche i diritti propri di un essere umano non è un’impuntatura ecclesiastica,
ma il cardine della civiltà moderna. A monte c’è il convincimento che le
istanze etiche fondamentali non costituiscano un mero riflesso di scelte a priori
filosofiche, religiose o culturali, ma facciano capo a una dimensione tipica
dell’umano: quella che ci fa constatare come gli interrogativi sul bene e sul
giusto non si fondano sul decidere, ma sul comprendere. Né ciò stupisca: che
cosa è la scienza se non la faticosa lettura di una realtà che già esiste, e
della quale viviamo? E perché, dunque, non ci sarebbe nulla da riconoscere,
invece, sul piano etico o antropologico? Alla base della democrazia, in realtà,
c’è un altro da riconoscere, che esige l’agire verso di lui in modo
conforme alla sua dignità. Lo si era capito nel secolo stesso dei lumi, quando
la democrazia fu costruita sul discernimento dei diritti dell’uomo, cioè di
esigenze etiche con lo spessore di un’oggettiva corrispondenza all’umano,
contro tutti gli interessi di parte. Il che, ancor oggi, rende manifesto come il
riferimento a un esigente giudizio morale rappresenti l’unico possibile
presidio della libertà di qualsiasi attività umana nei confronti dei più
diversi poteri.
Da simili presupposti il Papa ha richiamato, con riguardo al settore
farmaceutico, la centralità del rispetto della coscienza individuale nei casi
in cui venga richiesta una condotta (comunque) suscettibile di incidere sui
diritti umani fondamentali. Ciò che, del resto, era stato riconosciuto nel 2004
dal "Comitato Nazionale per la Bioetica" – facendo riferimento al
"Codice di deontologia medica" (vale, tuttavia, anche il riferimento
quantomeno analogico a ciò che esprimono in tema di obiezione la legge n.
40/2004 e la stessa legge n. 194/78) – con riguardo alla prescrizione
sanitaria di prodotti dei quali non possa escludersi l’interferenza con lo
sviluppo, in fase precoce, dell’embrione umano.
Nella misura in cui il problema sussiste, e se non sussistesse sarebbero le
stesse case farmaceutiche le prime interessate a negarlo (ma ciò non si evince
dai foglietti illustrativi), esso non può essere celato attraverso obbligazioni
contro coscienza. E ove si ritenga di rendere disponibili determinate molecole
per fini indiscutibilmente problematici rispetto a beni fondamentali (a
prescindere dalla riflessione sulle sedi decisionali competenti e dalla
definizione di ciò che costituisce presidio terapeutico) non è liberale
realizzarlo imponendo scelte contro coscienza nell’esercizio di attività
professionali. Del pari, riveste un contenuto liberale ben difficilmente
contestabile, nelle parole rivolte da Benedetto XVI ai farmacisti, la
sottolineatura dell’importanza che assume l’informazione circa i problemi
anche etici soggiacenti all’uso di determinati mezzi, in quanto requisito
cardine di una libertà che non sia solo formale. Le parole del Papa richiamano
a non banalizzare i comportamenti: è un’esigenza laica che, forse, ci
potrebbe trovare tutti sensibili. Anche per saper tornare a condividere
qualcosa, nella democrazia pluralistica, circa il valore umano di ogni nuova
vita e l’aiuto alla donna che ne rende possibile l’esistenza: persistere nel
trascurare queste dimensioni non avrebbe davvero nulla a che fare con la
laicità.