QUESTIONI APERTE
Dopo
il discorso del Papa alla "Pontificia Accademia"
e il dibattito aperto da Boncinelli, Cavalli Sforza e D'Agostino,
il rischio è confondere, come Dawkins, polemica e verità.
Una
concezione totalizzante della ricerca, che voglia escludere la trascendenza
e la possibilità di integrazione, pur nella distinzione, con altri processi
conoscitivi,
diventa scientismo. È una visione ancora operante nella cultura di oggi,
ma anacronistica, che rivela la crisi del riduzionismo.
Fiorenzo
Facchini
("Avvenire", 8/11/’06)
Il fascino della scienza
viene dal fatto che la conoscenza umana sembra non avere confini. La scienza,
intesa come ambito di esplorazione della natura e della sua razionalità,
rappresenta un campo privilegiato per allargare le conoscenze. Ma non si può
ignorare un problema che di tanto in tanto si ripropone: "Ci sono limiti o
confini per la ricerca scientifica? Quali?".
Domande non nuove, ma sempre di grande attualità, come dimostrano frequenti
interventi di scienziati che rivendicano la libertà della scienza su riviste
specializzate e su giornali di opinione. La vicenda referendaria dello scorso
anno lo evidenziò. Eventi che si svolgono sotto i nostri occhi, dalla "conferenza" di Venezia sul futuro della scienza al "Festival"
di Genova sulla
scienza, sono occasioni per riproporcele. Per non parlare degli interventi di
Benedetto XVI che anche nelle singole parole vengono passati al vaglio critico.
Parlare di limiti della scienza o richiamare problemi che non siano di natura
meramente scientifica sembra evocare tempi da inquisizione e riportare all'epoca
premoderna. Si tratti delle ricerche sulle cellule staminali o sul cervello o
sull'evoluzione vengono rivendicati il valore conoscitivo della scienza, la
libertà e l'autonomia della ricerca.
Alcuni recenti interventi di scienziati sulla stampa inducono a qualche
riflessione. Mi riferisco a quelli di Edoardo Boncinelli (sul «Corriere della
Sera»), che hanno preso lo spunto da alcuni rilievi fatti in campo cattolico a
proposito del "Festival
della Scienza"
a Genova, e a quello di Luca e Francesco Cavalli Sforza (su «La Repubblica»),
relativo a un passo del recente discorso di Benedetto XVI alla "Pontificia
Università Lateranense".
Come ha rilevato Francesco D'Agostino su questo giornale in un interessante
dialogo con Boncinelli, sono fuori discussione i meriti e le possibilità della
scienza. Ma non si deve pensare che la scienza sia l'unica forma valida di
conoscenza o possa rispondere alle domande di senso che l'uomo si pone. In
realtà non è la scienza, ma più spesso sono le persone che fanno scienza a
voler trarre dalla scienza quello che la scienza non può dirci o a precludere
altre forme di conoscenza. Le posizioni, polemiche e astiose, espresse anche
recentemente da Dawkins su evoluzione e religione ne sono un esempio eclatante.
Ma forse il punto più critico che intercetta la ricerca scientifica rimane
quello della tecnica che viene utilizzata e delle applicazioni dei risultati
raggiunti. Benedetto XVI nel citato discorso ha osservato che "il contesto
contemporaneo sembra dare il primato a un'intelligenza artificiale che diventa
sempre più succube della tecnica sperimentale e dimentica in questo modo che
ogni scienza deve pur sempre salvaguardare l'uomo e promuovere la sua tensione
verso il bene autentico". Qualora ciò avvenisse si avrebbero conseguenze
rovinose per l'uomo. Questo richiamo è stato visto da Luca e Francesco Cavalli
Sforza (in una esegesi piuttosto parziale del testo), come una critica alla
scienza sperimentale instaurata da Galileo, quasi "una seconda condanna e
un ritorno a un passato lontano di secoli". A parte il fatto che la scienza
e il metodo galileiano non possono esaurirsi nella tecnica sperimentale, per
conoscere il pensiero del Papa su Galileo basterebbe rileggere il discorso fatto
nel mese scorso a Verona nel "Convegno
ecclesiale".
Certamente "la scienza usa la sperimentazione come mezzo per giungere alla
verità", come viene affermato nel citato articolo. Ma anche la
sperimentazione non è esente da giudizi di valore. Un sperimentazione che
comportasse la morte o gravi danni a degli esseri umani sarebbe praticabile?
Giovanni Paolo II ha osservato che «il progresso scientifico non può
pretendere di situarsi in una sorta di terreno neutro. La norma etica, fondata
nel rispetto della dignità delle persone deve illuminare e disciplinare tanto
la fase della ricerca quanto quella dell'applicazione dei risultati in essa
raggiunti» ("Ai partecipanti di due Convegni di Medicina e
Chirurgia", 27 ottobre, 1980).
Va inoltre rilevato che qui non è in gioco una verità di fede (e di verità,
secondo gli autori dell'articolo, ce ne sarebbero tante quante le religioni…);
è in gioco la ragione, la sua capacità di riconoscere il valore dell'uomo e
quindi la verità dell'uomo.
Si affaccia il problema non nuovo del rapporto fra scienza e tecnica nella
ricerca della verità mediante i mezzi della tecnica. Come pure diventa
rilevante per il ricercatore il fine per cui la ricerca viene effettuata e l'uso
che se ne potrà fare. La tecnica è ambivalente, «può essere impiegata per il
bene come per il male» (Giovanni Paolo II, "Agli scienziati di
Colonia", 15.11.1980).
Non possono essere negate le istanze di ordine etico, nel momento stesso in cui
viene affermata la libertà della ricerca e l'autonomia della scienza,
riconosciuta anche dal Concilio Vaticano II ("Gaudium et Spes", 36).
La ricerca, come la tecnica e la sperimentazione, sono subordinate al rispetto
della dignità dell'uomo. È una esigenza della verità dell'uomo.
Nella scienza ci sono poi dei confini dettati dall'orizzonte in cui ci si muove
e dalle metodologie impiegate. Pretendere di andare oltre può essere una
tentazione per il ricercatore. Ma se lo scienziato lo facesse nelle sue
interpretazioni, dovrebbe esplicitarlo, così da non presentare come scienza la
sua opinione.
Secondo l'accezione comune nella nostra cultura, la scienza si basa su quello
che è osservabile e sperimentabile. Di conseguenza la sua competenza riguarda
l'orizzonte conoscitivo delle scienze empiriche. Proprio per questo si tratta di
una conoscenza parziale da integrare con altre forme di conoscenza, come quelle
della filosofia e della teologia, per avvicinarsi alla verità delle cose e
dell'uomo, come più volte ha rilevato Giovanni Paolo II e recentemente anche
Benedetto XVI all' "Università
di Ratisbona".
Lunedì Benedetto XVI nell'incontro con la "Pontificia
Accademia delle Scienze"
è tornato su questo argomento sollecitando una integrazione tra scienza,
filosofia e teologia sia in ordine agli interrogativi più radicali dell'uomo
sull'esistenza, sia per quanto si riferisce all'interpretazione di eventi
passati e alla predicibilità di eventi futuri.
Una visione totalizzante della scienza, che voglia escludere la trascendenza e
la possibilità di integrazione, pur nella distinzione, con altri approcci
conoscitivi, diventa scientismo, un posizione ancora presente nella cultura
contemporanea, ma anacronistica.
Nella riflessione epistemologica moderna si riconosce la crisi del riduzionismo
e si avverte la necessità di superarlo ripensando gli stessi fondamenti delle
scienze. Molti equivoci sorgono, oltre che dalla negazione di approcci diversi
dal proprio, dalla confusione dei piani di conoscenza. A volte si giunge alla
denigrazione e quasi all'accanimento verso chi non la pensa allo stesso modo. Le
personali convinzioni non dovrebbero mai impedire il dialogo riconoscendo ciò
che è specifico di ognuno e ricercando qualche base comune. La vera scienza non
è mai settaria.