La Casa Madre di Milano:
realtà da riscoprire ![]()
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P.
Gaetano Favaro
("Missionari del Pime", Agosto-Settembre
2006)
Non avrei mai pensato di venire a
trascorrere i miei ultimi anni nella Casa Madre del Pime a Milano. Fin da
giovane ho sempre guardato alla missione, così come è intesa nella visione
tradizionale del mio Istituto. Al massimo ritenevo questa casa, dove attualmente
mi trovo, l’ultimo approdo della mia vita missionaria. Ricordo i vecchi padri
che passeggiavano sotto il porticato di questo edificio, ideato ed eretto da
monsignor Filippo Roncari. Sotto questo porticato ci sono lapidi che lo
ricordano, accanto a iscrizioni che commemorano i fondatori e i martiri del
Pime.
La Casa Madre è sempre stata una comunità che ha generato, con stile
carismatico e istituzionale, altre comunità. Questo fatto esperienziale rimane
vivo ancor oggi. Direi che è una pretesa di tutti i missionari che vi
approdano. Quando arrivano si sentono a casa loro. Certo, c’è sempre la
difficoltà dell’impatto. Coloro che risiedono qui da anni, per diversi
motivi, sono tentati da una certa sedentarietà, dalla difficoltà di
accogliere, dall’essere prigionieri della loro attività. Questo avviene se si
confronta l’identità acquisita con le diversità di coloro che arrivano dalla
missione, che oggi, nell’attuale fase di internazionalizzazione dell’Istituto,
appaiono "lontani" e si esprimono in altre lingue.
Si potrebbe dire che la Casa Madre è il luogo in cui bisogna ricomporre
continuamente l’unità e l’identità con la diversità, il passato con il
presente, la Chiesa pellegrina con il viandante che riposa provvisoriamente
sotto la tenda di Abramo. Azione e contemplazione, memoria e rinnovamento,
diversità di compiti all’interno e all’esterno, ricchezza e povertà delle
differenti personalità, esperienze di lunghi anni in Asia, Africa, America e
Oceania devono sapere integrare l’eterogeneità con la continuità. Tutto
questo è segno di dinamismo.
Per forza di cose, questa comunità mostra oggi le ferite dell’usura del
tempo. Ma non si tratta di inerzia passiva. Chi vi appartiene deve saper
sfuggire continuamente all’invasione dell’ineluttabile, deve saper intuire l’imprevedibile,
scorgere la conciliazione anche nella dialettica degli opposti, intravedere l’aurora
nel tramonto, la speranza nell’apparente decadenza.
I membri di questa comunità hanno bisogno di recuperare costantemente il senso
del loro essere qui e ora, riscoprire i semi della promessa anche nei ricordi
antichi.
Chi entra in Casa Madre trova scritto sul portone principale "Seminarium".
È una traccia dell’antico ingresso di quello che era il seminario teologico,
attualmente trasferito altrove. Ma è anche la memoria di una generazione
continua e del sussistere, nell’Istituto, di una formazione permanente.
Dalla Casa Madre è sorto successivamente il Centro Missionario di via Mosè
Bianchi, nel quale il Pime ha profuso il meglio della sua tradizione: la
formazione continua, il senso dell’invio, il senso del ritorno e la spinta all’animazione
missionaria.
Nell’antica sede di Milano risiedono oggi il superiore regionale dell’Italia
Settentrionale, l’economo regionale e altri padri con diverse mansioni nell’Istituto.
Essendo geograficamente lontana dalla missione, questa comunità ha imparato a
vivere la missione indiretta, a cercare mediazioni e attuare la comunione a
distanza. La capacità "cattolica" dei suoi membri dipende proprio da
questo loro senso dell’unità. Il "Diario di un curato di campagna"
di George Bernanos conclude dicendo che tutto è grazia. La dilatazione della
vocazione missionaria in Casa Madre può aiutarci a raggiungere questa visione.