HONG KONG

La più famosa opera di don Milani
fatta tradurre in ideogrammi da un missionario italiano.

RITAGLI   Lettera cinese alla professoressa   CINA

Da Hong Kong, Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 8/10/’05)

Nemmeno lui, che nella prefazione a Esperienze pastorali vaticinò l'arrivo di un manipolo di missionari cinesi in Occidente, ci avrebbe scommesso. E invece, da qualche settimana, nelle librerie di Hong Kong circola Lettera a una professoressa, l'opera più famosa di don Lorenzo Milani. In cinese, naturalmente. L'accoglienza? Positiva, come spiega padre Gianni Criveller, missionario del Pime di stanza nell'ex colonia britannica: «Ne hanno parlato tre giornali locali, tutti di lingua cinese e i commenti sono lusinghieri». L'idea di tradurre don Milani in cinese - racconta Criveller - nasce sull'onda di una singolare iniziativa che al Priore di Barbiana sarebbe molto piaciuta, fin dal nome: l'Università per il diritto di residenza in Hong Kong. Negli ultimi tre anni l'hanno frequentata più di 200 giovani. Il tutto in perfetto stile milaniano: autogestione, apporto di volontariato qualificato (una cinquantina i docenti, tra cui anche professori universitari, religiosi e suore), forte aderenza all'attualità e spiccata attenzione alle lingue, dal giapponese all'inglese, passando per italiano, francese, spagnolo. Mente del progetto è padre Franco Mella, anch'egli del Pime, notissimo a Hong Kong per il suo carattere battagliero e il suo impegno sociale. «Padre Mella - continua Criveller - ha voluto sperimentare con i ragazzi dell'Università il metodo milaniano della scrittura collettiva. Insieme, nel 2004, i ragazzi hanno scritto una lettera al direttore del Dipartimento dell'immigrazione di Hong Kong, protestando per i diritti loro negati, e illustrando l'ingiustizia subita, a motivo della separazione dalle loro famiglie». Dietro la traduzione di Lettera a una professoressa c'è un "progetto culturale" alternativo, che ha coinvolto soprattutto un gruppo di universitari, autori della traduzione del testo, e Kong Kingchu, nota giornalista di Hong Kong, ex docente e simpatizzante di quella strana Università, proprietaria dell'editrice che ha stampato il volume in tremila copie. Padre Criveller illustra così l'attualità del messaggio di Barbiana nel contesto cinese: «Al di là delle ovvie diversità temporali ed ambientali, il problema di fondo, evidenziato da don Milani, non è stato superato dalla scuola in Hong Kong o in Cina Popolare. Il Priore denunciava un'educazione classista, che favoriva i privilegiati, basata sulla competizione. La disuguaglianza sociale, secondo don Milani, esisterà finché i poveri non avranno la parola, cioè gli strumenti culturali per difendere e promuovere i propri diritti». Hong Kong come Barbiana? Il parallelo suona azzardato. «Eppure non pochi rilevano come il sistema educativo in Hong Kong e in Cina si fondi ancora sul nozionismo e favorisca chi proviene da famiglie abbienti. Il disagio tra gli studenti di Hong Kong è purtroppo gravissimo e molti non reggono al ferreo sistema scolastico in vigore, prova ne sia l'alto numero dei suicidi tra gli studenti». La lezione di don Milani è valida anche per la Cina continentale: «Là i poveri sono ancora illetterati, senza parola, ossia senza la possibilità di far valere i propri diritti - afferma il missionario - . Recenti statistiche, fatti di cronaca e persino ammissioni governative, convergono nel dire che, nelle zone rurali e arretrate del Paese, i poveri non hanno ancora accesso alla scuola, in quanto non è gratuita». Ma sarà possibile distribuire i testi di don Milani in Cina? «Forse ci proveremo in seguito. Certamente metteremo il libro a disposizione di amici e studiosi che vengono a trovarci a Hong Kong». Di sicuro c'è che un bel po' di copie prenderanno la via dell'Italia: il Centro Formazione e Ricerca don Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana di Vicchio ha infatti intenzione di diffondere Lettera a una professoressa tra i numerosi studenti cinesi delle scuole toscane. Strano destino, per il prete toscano: a lungo considerato progressista e ribelle, viene riscoperto in Cina nel momento in cui il Paese sembra - nei fatti, seppur non formalmente - allontanarsi dalla matrice comunista. Perché non abbia trovato spazio in Cina prima di adesso, quando da noi il fascino dell'ideologia comunista era più marcato, padre Criveller un'idea ce l'ha: «Anche se fu accusato di essere un "prete di sinistra" dalla stampa di destra, dagli ambienti militaristi e dai clericali conservatori, solo chi non lo conosce affatto può chiamarlo in quel modo. In realtà, la sua non era una contestazione teologica o ideologica alla Chiesa; Milani voleva una Chiesa evangelica, povera, che lottasse con i poveri. Contestava la Chiesa dall'interno, obbedendole fino alla fine, addirittura con scrupolo. Don Milani era per la libertà e l'obiezione di coscienza, per i diritti umani, contro gli eserciti, contro l'esaltazione della nazione e delle ideologie, contro la pena di morte, per la nonviolenza e la partecipazione civile di tutti». E sul comunismo? «Non era affatto tenero. Non val nulla - scrive in Esperienze pastorali - . Una dottrina senza amore. Una dottrina che non è degna di un cuore di giovane».