Dopo la sconfitta delle "Tigri Tamil"

RITAGLI     Per lo Sri Lanka è l’ora della "riconciliazione"     MISSIONE AMICIZIA

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 19/5/’09)

Il giorno dopo la proclamazione della "sconfitta militare" della "guerriglia Tamil" da parte dell’esercito governativo dello Sri Lanka è difficile dire – a dispetto delle apparenze – chi abbia vinto davvero. In molte città del Sud del "Paese", a maggioranza "cingalese", ieri è risuonato il grido "Jeyawewa". Ma davvero è possibile cantare vittoria dopo un "conflitto" durato la bellezza di 26 anni, che è costato fra le 70 e le 80mila vittime, metà delle quali "civili"? In realtà è più facile elencare chi ha perso: la "società civile" "srilankese", che per anni si è battuta per una soluzione pacifica del "conflitto"; alcuni "leader religiosi" che, coraggiosamente, si sono fatti promotori di iniziative di "dialogo"; il "Governo" di Colombo. Sconfitta è certo la "comunità internazionale", che ha colpevolmente lasciato "incancrenire" la guerra.
Se oggi l’
"Unione Europea" chiede un’inchiesta indipendente sulle violazioni dei "diritti umani" da entrambe le parti, si tratta di una mossa "sacrosanta", ma tardiva.
Ora che le "Tigri per la liberazione della patria Tamil" sono state sconfitte e il loro capo ucciso insieme con lo stato maggiore dei "ribelli", davvero per lo Sri Lanka è un giorno nuovo? In tanti lo sperano. A cominciare dal popolo "srilankese", di entrambe le "etnie". Un popolo che, durante questi lunghi anni, è stato letteralmente "ostaggio" del "conflitto". E se è vero che le "Tigri" non hanno esitato a utilizzare la vasta gamma dei più atroci "espedienti" (non ultimi i "civili" come "scudi umani"), è altresì vero che il "Governo" di Colombo è arrivato a lanciare bombe in zone sospettate di presenza
"Tamil", col rischio di uccidere anche donne e bambini. Oggi che uno dei due "contendenti" prevale, non si può certo gioire come quando nei "film" arrivano i nostri. La realtà è terribilmente più complessa.
Prendo a prestito le parole di un giornalista "srilankese", direttore di "The Sunday Leader", ucciso in un "agguato" a Colombo l’8 Gennaio scorso. Da "cristiano" qual era, coraggioso sostenitore della pace, Lasantha Wickramatunga denunciava tanto il "terrorismo separatista" quanto il "terrorismo di Stato" nella cosiddetta "guerra al terrorismo". In quello che è diventato il suo "testamento spirituale", scrisse: «L’"Ltte" è una delle "organizzazioni" più assetate di sangue che abbiano infestato il pianeta. Deve essere "sradicata". Ma farlo violando i "diritti" dei "Tamil", bombardandoli e sparando loro senza pietà, è una vergogna per i "cingalesi"». Se ora la "guerriglia Tamil" è definitivamente annientata, non è però finito il "problema-Tamil". Così come non si possono dimenticare le ferite che i "militanti Tamil" hanno provocato nella popolazione "cingalese" in questi anni.
Per arrivare alla "riconciliazione" e alla pace, come Domenica Papa
Benedetto XVI ha auspicato all’"Angelus", è necessario che tacciano le armi e la parola passi alla "politica". Occorre anzitutto che sia assicurata alla "popolazione civile’ tutta l’assistenza necessaria: decine di migliaia di "profughi" hanno bisogno di interventi urgenti sul fronte alimentare e medico. «Bambini, donne, anziani – ha ricordato il Papa – a cui la guerra ha tolto anni di vita e di speranza». La speranza è il bene più introvabile nello Sri Lanka di oggi, un "Paese" che per troppo tempo ha investito nella guerra (fino a un quarto delle "finanze statali"), ipotecando così il suo futuro.
Se la "comunità internazionale" vuole davvero restituire speranza a un popolo duramente provato, questa è l’ora in cui portare aiuto urgente e manifestare "solidarietà" concreta. Come ai tempi dello
"Tsunami".