Gerolamo Fazzini
È una notizia importante
l'arrivo ieri a Kinshasa - capitale della tribolata Repubblica democratica del
Congo, epicentro di quella che è stata definita la «prima guerra mondiale
africana» - di una delegazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite,
impegnata in una visita di alcuni giorni nella regione dei Grandi Laghi. Senza
cedere a facili trionfalismi, la si può leggere come il segnale, a lungo
atteso, che la comunità internazionale intende portare a compimento il processo
di transizione democratica di quel Paese, senza il quale processo non vi saranno
né stabilità né pace nell'intera area. Riferisce l'agenzia Misna che
l'ambasciatore francese Jean Marc de La Sablière, capo della delegazione, è
stato perentorio: «Andiamo in Congo con un solo messaggio: le elezioni dovranno
seguire il calendario di transizione fissato». Dopo i ripetuti rinvii degli
ultimi mesi, ora la data suona improrogabile: 30 giugno 2006.
Staremo a vedere. La «polveriera Africa» è sovente fonte, suo malgrado, di
amare sorprese. Ma intanto va registrata con favore questa mossa della
diplomazia internazionale, che troppo spesso e colpevolmente ha lasciato il
continente nero solo ad affrontare i suoi problemi. Nel contempo va salutata con
speranza un'iniziativa targata Onu, dopo che negli ultimi tempi il Palazzo di
vetro era ripetutamente finito nel mirino di pesanti accuse.
Ma a Kinshasa ci sarà presto un altro appuntamento che apre a qualche speranza:
parlamentari di Burundi, Ruanda e Repubblica Democratica del Congo si
incontreranno, dal 9 all'11 novembre, per studiare insieme misure efficaci
contro la diffusione delle armi leggere. Anche questa è una buona notizia. Il
traffico senza regole di kalashnikov & c. (spesso provenienti dagli arsenali
dell'ex Urss) è infatti uno dei troppi drammi irrisolti dell'Africa: semina
violenza e morte, inoltre sta fomentando un dilagante banditismo.
Il punto è che sinora - a motivo delle tensioni tra i Paesi confinanti -
mancava una strategia comune per arginare il problema. Ora è forse possibile
puntare a un radicale cambio di passo. Promossa dai governi dei tre Paesi
africani, l'iniziativa è sostenuta dal Programma delle Nazioni Unite per lo
Sviluppo. Ambizioso l'obiettivo: elaborare insieme un sistema comune di
controllo della circolazione degli armamenti leggeri nella regione.
Sarebbe ingenuo attendersi soluzioni taumaturgiche da siffatti meeting. O
affidare le nostre speranze solo all'elaborazione di legislazioni e regolamenti,
per quanto innovativi e severi. Troppo fresco è il ricordo delle vicende del
Ruanda - dove un milione di vittime caddero in larga parte sotto i colpi del
machete - per illuderci che basti limitare il numero di fucili e pistole a
spegnere la violenza. Controllare la diffusione delle armi ("leggere"
o no che siano) è il primo passo di una strategia, certo non l'unico. Ma è
qualcosa di concreto e, quindi, urgente e doveroso.
I Grandi Laghi hanno bisogno di concretezza, di segnali visibili. Mai come ora
quell'area, teatro di uno stillicidio di guerre e guerriglie che hanno prodotto
milioni di morti e un fiume di profughi e sfollati, attende un intervento
deciso, corale e organico della comunità internazionale. Uno scatto di
responsabilità e di impegno potrebbe almeno in parte riscattare i ritardi e il
disinteresse del passato. Ecco perché i protagonisti dei due appuntamenti
politici in agenda sanno di avere molti occhi puntati addosso.