CHIESA NEL MONDO
Fu il primo
martire del movimento missionario moderno in Italia.
Oggi è il punto di riferimento per una nuova presenza
in una terra dove la modernità spesso si intreccia alla preistoria.
Quel seme sull’isola dei nativi
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In Papua Nuova
Guinea ricordati i 150 anni dell’uccisione del beato Giovanni Mazzucconi.
Ancora oggi «estremo confine» della missione.
Gerolamo
Fazzini
«Beato quel giorno in cui mi sarà dato di
soffrire molto per una causa sì santa e sì pietosa, ma più beato quello in
cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e di incontrare fra i
tormenti la morte». Così scriveva nel 1852, alla vigilia della partenza per l’Oceania,
padre Giovanni Mazzucconi. Di lì a
tre anni, nel settembre 1855, verrà ucciso, a soli 29 anni, in un’imboscata
sull’isola di Woodlark. Diventa così non solo il primo martire per la Papua
Nuova Guinea, il primo tra i missionari del Pime, ma anche – come ha scritto
di recente su Mondo e Missione padre Giorgio Licini – «il primo martire del
movimento missionario moderno in Italia».
A un secolo e mezzo di distanza la figura e l’opera di Mazzucconi – che
Giovanni Paolo II ha beatificato nel 1984 – stanno dando nuovi frutti. In
Papua Nuova Guinea, infatti, si sta diffondendo la devozione per il beato
italiano, insieme alla riscoperta della storia dell’evangelizzazione del Paese
e l’intensificazione dell’impegno missionario in quella terra, in bilico tra
«preistoria» e modernità, alle prese con emergenze nuove quali Aids,
disoccupazione e fragilità della famiglia.
La riscoperta di Mazzucconi ha avuto il suo culmine in agosto quando – alla
presenza delle autorità locali, dei vescovi di Alotau e di Vanimo e di una
rappresentanza di Lecco, città natale del Mazzucconi – è stato inaugurato un
monumento nella baia di Guwasopa che ne ricorda il martirio e l’arrivo del
cristianesimo in Papua Nuova Guinea. È stata inoltre benedetta una sala che
servirà come cappella e luogo di preghiera interconfessionale. Non solo: il
vescovo di Alotau, Francesco Panfilo, ha chiesto al Pime di inviare stabilmente
un padre a Woodlark, dove la maggior parte della popolazione è protestante
(oggi la minuscola comunità cattolica è seguita da un giovane padre indiano).
In un futuro non troppo lontano potrebbero approdare sull’isola anche le suore
della Riparazione, fondate nel 1859 da padre Carlo Salerio, uno dei compagni di
Mazzucconi in Oceania.
L’anniversario ha portato il Pime a rilanciare la sua presenza in Papua dove,
all’indomani della morte di Mazzucconi, nessun missionario del Pime aveva più
rimesso piede stabilmente per oltre un secolo. È solo nel 1981 che padre Giulio
Schiavi e Cesare Bonivento – dal 1992 vescovo di Vanimo – si stabiliscono a
Bolu Bolu e Watuluma. Nonostante l’esiguità dei mezzi economici a
disposizione non tardano ad arrivare aiuti e volontari dall’Italia, specie da
Lecco, dove la gente si mobilita per la riapertura dell’antica missione di
Mazzucconi.
Grazie a questa rete di solidarietà, oggi i missionari accompagnano l’attività
di evangelizzazione con vari interventi in ambito sociale. Due missionari laici
dirigono un centro di formazione professionale per ragazzi, mentre le
Missionarie dell’Immacolata gestiscono un piccolo ospedale e una scuola media.
Le «suore del Pime» sono presenti anche in capitale, a Port Moresby e a Vanimo,
dove si occupano di pastorale familiare e coordinamento dell’insegnamento
religioso. I padri, una dozzina (alcuni di nazionalità indiana), operano nella
diocesi di Alotau, con l’eccezione di due insegnanti di teologia a Rabaul e
Mount Hagen e un giovane birmano a Vanimo.
Rileggere oggi Mazzucconi significa anche riscoprire la passione per il Vangelo
che mossero il primo drappello di padri. Certo, il primo approccio alle
popolazioni che sarebbero entrate a far parte della moderna Papua Nuova Guinea
aveva una sua dose di temerarietà, tanto forti erano (e si sarebbero
puntualmente rivelati) gli ostacoli di natura culturale e ambientale. Tale
sforzo però fornisce la cifra dello zelo missionario degli inizi e dei costi
che bisognava essere pronti a pagare per portare il Vangelo a quelli che allora
erano letteralmente «gli estremi confini della terra».
Sebbene non si parlasse ancora di «inculturazione», i padri Reina e Salerio,
che facevano parte della pattuglia dei pionieri insieme con Mazzucconi, si
dimostrarono tutt’altro che insensibili alla ricchezza culturale dei nativi.
In soli tre anni ne avevano imparato la lingua, tanto da aver lasciato traccia
dei loro studi antropologici su riviste scientifiche europee. Un’attenzione
all’uomo concreto e alle sue molteplici espressioni che ha portato frutto. E,
nel tempo, si è fatto metodo.