CHIESA NEL MONDO

Fu il primo martire del movimento missionario moderno in Italia.
Oggi è il punto di riferimento per una nuova presenza
in una terra dove la modernità spesso si intreccia alla preistoria.

RITAGLI     Quel seme sull’isola dei nativi     MISSIONE AMICIZIA

In Papua Nuova Guinea ricordati i 150 anni dell’uccisione del beato Giovanni Mazzucconi.
Ancora oggi «estremo confine» della missione.

BEATO GIOVANNI MAZZUCCONI, PIME.

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 7/11/’05)

«Beato quel giorno in cui mi sarà dato di soffrire molto per una causa sì santa e sì pietosa, ma più beato quello in cui fossi trovato degno di spargere per essa il mio sangue e di incontrare fra i tormenti la morte». Così scriveva nel 1852, alla vigilia della partenza per l’Oceania, padre Giovanni Mazzucconi. Di lì a tre anni, nel settembre 1855, verrà ucciso, a soli 29 anni, in un’imboscata sull’isola di Woodlark. Diventa così non solo il primo martire per la Papua Nuova Guinea, il primo tra i missionari del Pime, ma anche – come ha scritto di recente su Mondo e Missione padre Giorgio Licini – «il primo martire del movimento missionario moderno in Italia».
A un secolo e mezzo di distanza la figura e l’opera di Mazzucconi – che Giovanni Paolo II ha beatificato nel 1984 – stanno dando nuovi frutti. In Papua Nuova Guinea, infatti, si sta diffondendo la devozione per il beato italiano, insieme alla riscoperta della storia dell’evangelizzazione del Paese e l’intensificazione dell’impegno missionario in quella terra, in bilico tra «preistoria» e modernità, alle prese con emergenze nuove quali Aids, disoccupazione e fragilità della famiglia.
La riscoperta di Mazzucconi ha avuto il suo culmine in agosto quando – alla presenza delle autorità locali, dei vescovi di Alotau e di Vanimo e di una rappresentanza di Lecco, città natale del Mazzucconi – è stato inaugurato un monumento nella baia di Guwasopa che ne ricorda il martirio e l’arrivo del cristianesimo in Papua Nuova Guinea. È stata inoltre benedetta una sala che servirà come cappella e luogo di preghiera interconfessionale. Non solo: il vescovo di Alotau, Francesco Panfilo, ha chiesto al Pime di inviare stabilmente un padre a Woodlark, dove la maggior parte della popolazione è protestante (oggi la minuscola comunità cattolica è seguita da un giovane padre indiano). In un futuro non troppo lontano potrebbero approdare sull’isola anche le suore della Riparazione, fondate nel 1859 da padre Carlo Salerio, uno dei compagni di Mazzucconi in Oceania.
L’anniversario ha portato il Pime a rilanciare la sua presenza in Papua dove, all’indomani della morte di Mazzucconi, nessun missionario del Pime aveva più rimesso piede stabilmente per oltre un secolo. È solo nel 1981 che padre Giulio Schiavi e Cesare Bonivento – dal 1992 vescovo di Vanimo – si stabiliscono a Bolu Bolu e Watuluma. Nonostante l’esiguità dei mezzi economici a disposizione non tardano ad arrivare aiuti e volontari dall’Italia, specie da Lecco, dove la gente si mobilita per la riapertura dell’antica missione di Mazzucconi.
Grazie a questa rete di solidarietà, oggi i missionari accompagnano l’attività di evangelizzazione con vari interventi in ambito sociale. Due missionari laici dirigono un centro di formazione professionale per ragazzi, mentre le Missionarie dell’Immacolata gestiscono un piccolo ospedale e una scuola media. Le «suore del Pime» sono presenti anche in capitale, a Port Moresby e a Vanimo, dove si occupano di pastorale familiare e coordinamento dell’insegnamento religioso. I padri, una dozzina (alcuni di nazionalità indiana), operano nella diocesi di Alotau, con l’eccezione di due insegnanti di teologia a Rabaul e Mount Hagen e un giovane birmano a Vanimo.
Rileggere oggi Mazzucconi significa anche riscoprire la passione per il Vangelo che mossero il primo drappello di padri. Certo, il primo approccio alle popolazioni che sarebbero entrate a far parte della moderna Papua Nuova Guinea aveva una sua dose di temerarietà, tanto forti erano (e si sarebbero puntualmente rivelati) gli ostacoli di natura culturale e ambientale. Tale sforzo però fornisce la cifra dello zelo missionario degli inizi e dei costi che bisognava essere pronti a pagare per portare il Vangelo a quelli che allora erano letteralmente «gli estremi confini della terra».
Sebbene non si parlasse ancora di «inculturazione», i padri Reina e Salerio, che facevano parte della pattuglia dei pionieri insieme con Mazzucconi, si dimostrarono tutt’altro che insensibili alla ricchezza culturale dei nativi. In soli tre anni ne avevano imparato la lingua, tanto da aver lasciato traccia dei loro studi antropologici su riviste scientifiche europee. Un’attenzione all’uomo concreto e alle sue molteplici espressioni che ha portato frutto. E, nel tempo, si è fatto metodo.