«Dialogare con i musulmani? Sì, ma a condizione di
ottenere risultati concreti. Se noi apriamo all’islam in Europa e poi
loro continuano a impedirci di costruire chiese in Medio Oriente, cosa
ci guadagniamo?». Il giornalista che, qualche mese fa, prese parte con chi
scrive a una trasmissione tivù sul nuovo Papa, non me ne vorrà se prendo
spunto dalle sue parole per introdurre un paio di riflessioni su Charles
de Foucauld. La beatificazione di colui che amò definirsi «fratello
universale» - in calendario il 13 di questo mese - rappresenta infatti un’occasione
significativa per riflettere sul senso della missione cristiana, oggi. Specie in
un contesto, come l’attuale, in cui il rapporto con l’islam è cruciale.
Immagino che se de Foucauld si fosse posto domande del tipo di quella citata non
avrebbe mai preso la via di Tamanrasset. Analogamente, se avesse ragionato in
termini di costi-benefici, la Chiesa d’Algeria non avrebbe pagato il prezzo
altissimo di sangue come invece ha fatto nel decennio della guerra civile. La
vicenda spirituale di De Foucauld e la paziente testimonianza di suore e
religiosi in Algeria sono la prova della preziosa «inutilità», dell’assoluta
gratuità della scelta missionaria. La missione ha sì una sua fecondità, che
però si misura con parametri altri rispetto a quelli del «mondo». Nel caso di
fratel Charles, sia pure con i tempi della Provvidenza, la sua paternità
spirituale si è dispiegata in modo sorprendente, generando una famiglia di
apostoli che prolunga la sua testimonianza nei cinque continenti.
In molti Paesi e culture de Foucauld continua ad essere «fratello universale»:
non il testimonial di un generico amore filantropico ammantato di
buonismo, ma l’appassionato amico di un popolo. Appassionato e competente, al
punto da avere trascritto poesie e canzoni popolari dei tuareg, curato
un dizionario e via dicendo.
In questo, de Foucauld si può ben additare come uno dei modelli di
inculturazione più riusciti, nel segno di quel «come loro» che per diverse
generazioni di missionari è stato ed è una bussola, uno stile di vita. Un’intuizione,
la sua, di forza sconvolgente, oggi più che mai. In tempi in cui taluni in
Occidente amano riempirsi la bocca di «radici cristiane», c’è bisogno di
testimonianze genuine e radicali come la sua. Il messaggio più sorprendente che
de Foucauld lascia al nostro tempo è questo: tanto più la testimonianza
cristiana è audace nel suo presentarsi disarmata, gratuita, in ultima analisi
folle, ma autentica, tanto più essa è efficace, lascia il segno.
Se diamo ascolto alla vulgata, l’identità cristiana vissuta in modo
radicale e con fierezza sarebbe di ostacolo al dialogo. Non è così e l’esempio
di de Foucauld lo dimostra: non è annacquando le identità che si costruisce un
confronto vero con l’altro.
Mi ha colpito una frase dello storico Timothy Garton Ash, in un articolo dal
titolo «Sei domande sull’islam» su Repubblica: «Il sistema più
seduttivo che l’umanità conosca, con le sue immagini consumistiche variopinte
di salute, ricchezza, eccitazione, sesso e potere - scrive - esercita una enorme
attrazione sui giovani provenienti da ambienti musulmani (…). Ma, disgustati
dai suoi eccessi edonistici o forse delusi nelle loro ispirazioni segrete,
alienati dalla realtà della loro vita di emarginazione in Occidente o
sentendosi essi stessi rifiutati dal sistema, in pochi, una piccolissima
minoranza, abbracciano una nuova versione, feroce, bellicosa, della fede dei
loro padri».
La vicenda di Charles de Foucauld dice che una fede vissuta con autenticità
produce antidoti alla cultura dominante, agli eccessi di un consumismo vorace.
Il cristiano integrale - non integralista! - è la miglior risposta al pericolo
del conflitto di civiltà in agguato.