RITAGLI   La «Missione inutile» di Charles de Foucauld   CHARLES DE FOUCAULD

In novembre il «fratello universale» sarà beato:
un invito a riscoprire il suo stile di testimonianza radicale.
Perchè la fede è un antidoto al «conflitto» di civiltà.


Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Novembre 2005)

«Dialogare con i musulmani? Sì, ma a condizione di ottenere risultati concreti. Se noi apriamo all’islam in Europa e poi loro continuano a impedirci di costruire chiese in Medio Oriente, cosa ci guadagniamo?». Il giornalista che, qualche mese fa, prese parte con chi scrive a una trasmissione tivù sul nuovo Papa, non me ne vorrà se prendo spunto dalle sue parole per introdurre un paio di riflessioni su Charles de Foucauld. La beatificazione di colui che amò definirsi «fratello universale» - in calendario il 13 di questo mese - rappresenta infatti un’occasione significativa per riflettere sul senso della missione cristiana, oggi. Specie in un contesto, come l’attuale, in cui il rapporto con l’islam è cruciale.
Immagino che se de Foucauld si fosse posto domande del tipo di quella citata non avrebbe mai preso la via di Tamanrasset. Analogamente, se avesse ragionato in termini di costi-benefici, la Chiesa d’Algeria non avrebbe pagato il prezzo altissimo di sangue come invece ha fatto nel decennio della guerra civile. La vicenda spirituale di De Foucauld e la paziente testimonianza di suore e religiosi in Algeria  sono la prova della preziosa «inutilità», dell’assoluta gratuità della scelta missionaria. La missione ha sì una sua fecondità, che però si misura con parametri altri rispetto a quelli del «mondo». Nel caso di fratel Charles, sia pure con i tempi della Provvidenza, la sua paternità spirituale si è dispiegata in modo sorprendente, generando una famiglia di apostoli che prolunga la sua testimonianza nei cinque continenti.
In molti Paesi e culture de Foucauld continua ad essere «fratello universale»: non il testimonial di un generico amore filantropico ammantato di buonismo, ma l’appassionato amico di un popolo. Appassionato e competente, al punto da avere trascritto poesie e canzoni popolari dei tuareg, curato un dizionario e via dicendo.
In questo, de Foucauld si può ben additare come uno dei modelli di inculturazione più riusciti, nel segno di quel «come loro» che per diverse generazioni di missionari è stato ed è una bussola, uno stile di vita. Un’intuizione, la sua, di forza sconvolgente, oggi più che mai. In tempi in cui taluni in Occidente amano riempirsi la bocca di «radici cristiane», c’è bisogno di testimonianze genuine e radicali come la sua. Il messaggio più sorprendente che de Foucauld lascia al nostro tempo è questo: tanto più la testimonianza cristiana è audace nel suo presentarsi disarmata, gratuita, in ultima analisi folle, ma autentica, tanto più essa è efficace, lascia il segno.
Se diamo ascolto alla vulgata, l’identità cristiana vissuta in modo radicale e con fierezza sarebbe di ostacolo al dialogo. Non è così e l’esempio di de Foucauld lo dimostra: non è annacquando le identità che si costruisce un confronto vero con l’altro.
Mi ha colpito una frase dello storico Timothy Garton Ash, in un articolo dal titolo «Sei domande sull’islam» su Repubblica: «Il sistema più seduttivo che l’umanità conosca, con le sue immagini consumistiche variopinte di salute, ricchezza, eccitazione, sesso e potere - scrive - esercita una enorme attrazione sui giovani provenienti da ambienti musulmani (…). Ma, disgustati dai suoi eccessi edonistici o forse delusi nelle loro ispirazioni segrete, alienati dalla realtà della loro vita di emarginazione in Occidente o sentendosi essi stessi rifiutati dal sistema, in pochi, una piccolissima minoranza, abbracciano una nuova versione, feroce, bellicosa, della fede dei loro padri».
La vicenda di Charles de Foucauld dice che una fede vissuta con autenticità produce antidoti alla cultura dominante, agli eccessi di un consumismo vorace. Il cristiano integrale - non integralista! - è la miglior risposta al pericolo del conflitto di civiltà in agguato.