CINA - Un'estate ricca di eventi per la Chiesa. Tutti da decifrare.
Due ordinazioni episcopali «concordate» con Pechino; cento giovani a
Colonia...
Poi la doccia fredda del «no» dei vescovi al Sinodo.
Gerolamo Fazzini
Chissà se, rileggendo tra qualche anno alcuni fatti che negli ultimi mesi
hanno toccato la Chiesa in Cina, avremo la conferma che qualcosa di nuovo sta
accadendo, che una fase diversa si sta lentamente e imprevedibilmente
schiudendo. Difficile, forse impossibile, prevederlo: quando si parla di Cina
azzardare pronostici è troppo rischioso, tanto è facile essere smentiti. Resta
il fatto che negli ultimi mesi si sono susseguiti numerosi eventi, di natura
diversa, ma tutti in qualche misura importanti, alcuni dei quali non privi di
contorni sfumati e all’apparenza contraddittori, ma forse emblematici proprio
per questo.
Il caso più significativo è relativo all’invito che Papa Ratzinger aveva
rivolto a quattro vescovi cinesi perché partecipassero al sinodo sull’Eucaristia,
tenutosi a Roma in ottobre. Benedetto XVI aveva nominato come membri del sinodo
due «patriarchi» del calibro di mons. Antonio Li Du’an, arcivescovo di Xi’an
e mons. Aloysius Jin Luxian, vescovo di Shanghai, entrambi formalmente
appartenenti alla «Chiesa ufficiale». Molto anziani (78 anni l’uno, 90 l’altro),
in condizioni fisiche precarie (Li Du’an ha un cancro, Jin Luxian è stato a
lungo ricoverato in ospedale nei mesi scorsi), entrambe sono figure assai
rappresentative della Chiesa cinese. Insieme a loro il Papa avrebbe voluto a
Roma mons. Giuseppe Wei Jingyi, vescovo di Qiqihar (nella regione nordorientale),
non riconosciuto dal governo e mons. Luca Li Jingfeng, vescovo di Fengxiang (Shaanxi),
riconosciuto dal governo solo un anno fa. Com’è noto, nessuno di
costoro ha ottenuto l’autorizzazione da parte delle autorità di Pechino a
partecipare all’assise in Vaticano. Una doccia fredda? Sì e no. Come ha
osservato Asia News, «una conclusione positiva da tutta la vicenda c’è».
L’invito fatto da Benedetto XVI a vescovi ufficiali e non ufficiali «ha
rafforzato il senso di unità della Chiesa cattolica in Cina e sta facendo
crescere la collaborazione fra le comunità». Un altro elemento positivo,
aggiunge padre Bernardo Cervellera, direttore di Asia News, è che «i
quattro vescovi, sotto gli occhi di tutto il mondo, sono adesso oggetto di stima
da parte dei governi locali». Inoltre, quello del Papa si è rivelato un gesto
di amicizia e di stima verso la Chiesa e il popolo cinese che, in futuro, darà
i suoi frutti.
Un segnale importante, sul fronte dei rapporti Roma-Pechino, erano state le due ordinazioni episcopali avvenute a fine giugno e in luglio. In entrambi i casi di tratta di vescovi ausiliari (non coadiutori, ossia con diritto di successione), ma tutto lascia credere che in futuro saranno loro ad assumere la guida delle rispettive Chiese locali. La prima ha riguardato mons. Giuseppe Xing Wenzhi, ordinato vescovo ausiliare di Shanghai; 42 anni,alle spalle studi negli Stati Uniti, ha detto pubblicamente che la sua nomina ha avuto l’approvazione della Santa Sede. Anche la diocesi di Xi’an ha, da qualche mese, un nuovo vescovo ausiliare. Il 26 luglio scorso, infatti, mons. Antonio Dang Mingyan, di soli 38 anni è stato consacrato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi: anche in questo caso l’ordinazione episcopale è avvenuta con l’approvazione della Santa Sede e il benestare del governo cinese.
Colpisce, in entrambi i casi, la giovane età dei nuovi vescovi, speculare
all’età avanzatissima dei pastori titolari delle rispettive diocesi. Chi
scrive ha potuto incontrare, seppur brevemente tutti costoro nel corso di un
recente viaggio in Cina. E debbo confessare che vedere fianco a fianco gli
anziani pastori e i loro probabili successori quarantenni è qualcosa che
stupisce e commuove. Le nomine citate e la morte recente di altri «storici»
vescovi confermano che è in corso un mutamento storico, epocale nella leadership
ecclesiale, che darà forma in modo decisivo alla Chiesa cinese del futuro.
Se parliamo di giovani e di futuro, andrà rimarcato un altro evento recente:
nell’agosto scorso, per la prima volta, un gruppo di giovani cinesi della
cosiddetta «Chiesa sotterranea» ha preso parte alla Giornata mondiale della
gioventù di Colonia. Nel centinaio di cinesi presenti alla Gmg vi sono studenti
cattolici che già si trovano all’estero e giovani provenienti direttamente
dalla Repubblica Popolare; con loro anche sacerdoti, suore e laici di diverse
province (dall’Hebei al Fujian, alla Mongolia interna). Non che sia stato
facile per loro espletare le pratiche necessarie e passare al vaglio della
rigida burocrazia cinese. Ma quel che più conta è che abbiano avuto la
possibilità di respirare a pieni polmoni il senso della Chiesa universale, alla
presenza del successore di Pietro che ha guidato momenti indimenticabili, tanto
nel tragitto sul Reno come sulla grande spianata di Marienfeld.
Con tutta probabilità, non sarà facile nemmeno per le Missionarie della
carità realizzare il sogno che la fondatrice ha cullato a lungo. Ma, alla luce
di quanto detto di recente dalla superiora generale della congregazione, suor
Nirmala Joshi, l’ipotesi che presto le suore in sari bianco-azzurro - su
esplicita richiesta delle autorità cinesi - sbarchino in Cina per aprire
una casa per anziani, non è più un mero desiderio. Tutto dipende dal governo
di Pechino: se accoglierà la richiesta avanzata da suor Nirmala, di qui a
qualche mese un piccolo gruppo di religiose potrebbe varcare il confine cinese.
Le suore di Madre Teresa diventerebbero così il primo ordine cattolico
internazionale ad aprire ufficialmente una sede nella Repubblica Popolare dai
tempi di Mao.