In CINA, finalmente una visita attenta ai diritti umani
Gerolamo Fazzini
Alla fine, la più
realistica è stata Condoleezza Rice. Nel tracciare un bilancio del breve ma
intenso viaggio in Cina del presidente Gorge W. Bush, il segretario di Stato
americano ha detto a chiare lettere, riferendosi ai diritti umani: «Non abbiamo
ottenuto i progressi che speravamo, il sistema non cambierà dal giorno alla
notte». Una dichiarazione di resa? No. Piuttosto l'ammissione - un misto di
franchezza e pragmatismo - che quando si ha a che fare con la Cina le armi
indispensabili sono tenacia e pazienza. Pensare di cambiare un
"sistema", culturale prima che politico, secondo i tempi della
politica occidentale è pura illusione. Un tempo, forse, gli Stati Uniti
potevano permettersi di guardare alla Cina come a uno dei tanti Paesi, sia pur
importante, dell'immensa Asia. Oggi il "Regno di mezzo" è - per
l'America e per il mondo - insostituibile interlocutore politico, gigante
tecnologico, oltre che ostico competitor in campo economico. Ammesso che un
tempo le riuscisse, ora è assai più complicato per l'aquila americana fare la
voce grossa al dragone rosso.
Ma da qui ad arrendersi allo status quo, ne corre. Rassegnarsi alle pesanti
limitazioni all'esercizio delle libertà civili, tollerare come inevitabili le
discriminazioni di cui sono costantemente oggetto i cristiani, non è giusto.
Né lungimirante. Deve averlo pensato anche Bush quando, domenica scorsa, ha
voluto partecipare al culto festivo nella chiesa protestante di Gangwashi.
«Spero che il governo cinese smetta di temere i cristiani che si radunano
apertamente per il culto - ha detto al termine della funzione - . Una società
sana è quella in cui tutte le fedi sono benvenute». E durante la conferenza
stampa, presente Hu Jintao, ha rincarato la dose: «È importante che in Cina
crescano le libertà sociali, politiche e religiose».
La mossa di Bush ha un merito indubbio: aver introdotto la variabile
"diritti umani" (ivi compresa la libertà religiosa) nel pacchetto
degli argomenti che hanno la dignità di essere trattati nel salotto buono della
politica internazionale e della diplomazia. C'è un precedente significativo:
nel 2002 Bush perorò la causa di una cinquantina di vescovi e preti arrestati,
chiedendone la liberazione. Aver "bissato" la richiesta in tema di
diritti umani non è affare di poco conto. L'auspicio è che altri (Ue in testa,
ma anche aziende e imprenditori attivi in Cina) diano corpo a una strategia
articolata su questo versante.
Bush, però, agli occhi cinesi è pur sempre il leader di una potenza straniera
e i suoi nobili propositi rischiano di essere visti come un'indebita ingerenza
negli affari di casa. Non diversamente si spiega la decisione del governo cinese
di oscurare, in maniera pressoché totale, la visita del presidente Usa. Un
black out paradossale, quasi beffardo, visto che oggetto di censura è stato
proprio il tema dei diritti umani e delle libertà civili.
Conscia di queste difficoltà, Roma da tempo ha adottato una
"politica" nei confronti della Cina che mira alla creazione di un
clima di fiducia e rispetto reciproco. In un messaggio dell'autunno 2001, Papa
Wojtyla mandò a dire che essere buoni cattolici e buoni cittadini cinesi
insieme è possibile. Purtroppo, invece, i mandarini di Pechino continuano a
pensare che la fede rappresenti una minaccia per la stabilità del Paese. E lo
hanno dimostrato ancora una volta, privando della libertà - proprio alla
vigilia del viaggio di Bush - cinque sacerdoti, quattro seminaristi e un
vescovo.