Si fa un gran parlare di identità oggi. Ed è un bene, se ciò avviene al
riparo dalle strumentalizzazioni: non c’è peggior amnesia di quella che
riguarda la propria storia e la direzione del cammino. Anche la missione non
può non interrogarsi su cosa significhi oggi «identità cristiana» in un
contesto pluralistico, dove le identità sono molte, diverse fra loro e talora
in conflitto.
La beatificazione di Charles de Foucauld, «fratello universale», avvenuta il
13 novembre scorso, offre salutari provocazioni in merito. Viviamo oggi in
Italia, fors’anche in Europa, immersi in un clima culturale ed ecclesiale
confuso, nel quale si oscilla tra due poli opposti, con esiti ugualmente
discutibili: di qui la rivendicazione e l’ostentazione dell’identità
cristiana, talora con punte di malcelato «orgoglio»; di là una posizione
debole, disponibile ad annacquare l’identità in nome di una errata idea di
dialogo.
L’esempio di de Foucauld - la sua straordinaria sintesi tra nascondimento ed
eloquenza, tra identità cristiana e apertura al tuareg, al musulmano,
al «diverso» tout court - è una bussola preziosa anche per l’oggi.
Sulla sua scia, sparsa nel mondo, c’è una moltitudine di persone che
testimoniano la loro fede in Cristo senza bisogno di urlare, ma «gridando il
Vangelo con la vita». Annalena Tonelli era una di queste: nel suo «deserto»
in Somalia ha detto con gesti e sguardi molto più di quanto avrebbero potuto
esprimere le parole.
Ecco, io credo si debba ripartire da qui: se Charles de Foucauld è stato una
«lettera aperta al mondo» (l’azzeccata definizione è di don Pierangelo
Sequeri), occorre leggerla. Per assumere il medesimo stile. «De Foucauld -
scrive Sequeri - porta in primo piano la lezione evangelica del seme della fede
che vince la paura».
Già, la paura. Da qualche anno - ammettiamolo - siamo ostaggi della paura:
paura (sacrosanta) del terrorismo, paura di un islam dai mille volti, ivi
compreso quello del jihad e della persecuzione anti-cristiana (Arabia
Saudita, Indonesia, Pakistan… c’è bisogno di continuare?). In un mondo che
cambia così repentinamente e dove i punti di riferimento consolidati sembrano
sfaldarsi, avere paura è comprensibile. Ma la paura non si vince brandendo un’identità
in contrapposizione alle altre, o facendosi scudo del passato (la storia
occidentale oggettivamente plasmata dal cristianesimo) contro qualcuno.
All’indomani dell’11 settembre c’è stato un sussulto dell’«Europa
cristiana» e di colpo si è assistito a un revival - non di rado
sospetto - dell’eredità cattolica. I sociologi parlano di «identità
reattive» e credo non abbiano torto.
Beninteso. Porsi il problema del «chi siamo» nel momento in cui c’è perfino
chi mette in discussione la legittimità dell’Occidente non è solo giusto, ma
doveroso. Così come, sul piano spirituale, può essere positivo che si riscopra
la fierezza dell’essere cristiani, a condizione, però, che sia sgombrato il
campo dagli equivoci. La fierezza cristiana è la coscienza di aver ricevuto un
dono immenso, la fede, con la conseguente responsabilità di condividerlo: non
va quindi confusa con l’arroganza o un malinteso complesso di superiorità.
Su questo punto, c’è bisogno di fare chiarezza. In casa cattolica c’è
ancora da vincere un residuo di sudditanza culturale nei confronti di certo
mondo laico. Ma da qui ad ergersi a unici detentori della verità, implacabili
giudici delle scelte altrui, ne corre (ci può essere infatti un modo non
evangelico di dire il Vangelo).
Una delle grandi lezioni di de Foucauld sta nell’aver fatto mirabilmente
sintesi del «Non conformatevi» e del «Mi sono fatto tutto a tutti». In
questo sta la santità. A questo - non meno di questo - siamo chiamati.