RITAGLI   Lettera aperta al mondo preda della paura   CHARLES DE FOUCAULD

Il messaggio di Charles de Foucauld: armonizzare fierezza cristiana e apertura all'altro.
Solo così si può affrontare il pluralismo, senza sentirsi sotto assedio.


Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Dicembre 2005)

Si fa un gran parlare di identità oggi. Ed è un bene, se ciò avviene al riparo dalle strumentalizzazioni: non c’è peggior amnesia di quella che riguarda la propria storia e la direzione del cammino. Anche la missione non può non interrogarsi su cosa significhi oggi «identità cristiana» in un contesto pluralistico, dove le identità sono molte, diverse fra loro e talora in conflitto.
La beatificazione di Charles de Foucauld, «fratello universale», avvenuta il 13 novembre scorso, offre salutari provocazioni in merito. Viviamo oggi in Italia, fors’anche in Europa, immersi in un clima culturale ed ecclesiale confuso, nel quale si oscilla tra due poli opposti, con esiti ugualmente discutibili: di qui la rivendicazione e l’ostentazione dell’identità cristiana, talora con punte di malcelato «orgoglio»; di là una posizione debole, disponibile ad annacquare l’identità in nome di una errata idea di dialogo.
L’esempio di de Foucauld - la sua straordinaria sintesi tra nascondimento ed eloquenza, tra identità cristiana e apertura al tuareg, al musulmano, al «diverso» tout court - è una bussola preziosa anche per l’oggi. Sulla sua scia, sparsa nel mondo, c’è una moltitudine di persone che testimoniano la loro fede in Cristo senza bisogno di urlare, ma «gridando il Vangelo con la vita». Annalena Tonelli era una di queste: nel suo «deserto» in Somalia ha detto con gesti e sguardi molto più di quanto avrebbero potuto esprimere le parole.
Ecco, io credo si debba ripartire da qui: se Charles de Foucauld è stato una «lettera aperta al mondo» (l’azzeccata definizione è di don Pierangelo Sequeri), occorre leggerla. Per assumere il medesimo stile. «De Foucauld - scrive Sequeri - porta in primo piano la lezione evangelica del seme della fede che vince la paura».
Già, la paura. Da qualche anno - ammettiamolo - siamo ostaggi della paura: paura (sacrosanta) del terrorismo, paura di un islam dai mille volti, ivi compreso quello del jihad e della persecuzione anti-cristiana (Arabia Saudita, Indonesia, Pakistan… c’è bisogno di continuare?). In un mondo che cambia così repentinamente e dove i punti di riferimento consolidati sembrano sfaldarsi, avere paura è comprensibile. Ma la paura non si vince brandendo un’identità in contrapposizione alle altre, o facendosi scudo del passato (la storia occidentale oggettivamente plasmata dal cristianesimo) contro qualcuno. All’indomani dell’11 settembre c’è stato un sussulto dell’«Europa cristiana» e di colpo si è assistito a un revival - non di rado sospetto - dell’eredità cattolica. I sociologi parlano di «identità reattive» e credo non abbiano torto.
Beninteso. Porsi il problema del «chi siamo» nel momento in cui c’è perfino chi mette in discussione la legittimità dell’Occidente non è solo giusto, ma doveroso. Così come, sul piano spirituale, può essere positivo che si riscopra la fierezza dell’essere cristiani, a condizione, però, che sia sgombrato il campo dagli equivoci. La fierezza cristiana è la coscienza di aver ricevuto un dono immenso, la fede, con la conseguente responsabilità di condividerlo: non va quindi confusa con l’arroganza o un malinteso complesso di superiorità.
Su questo punto, c’è bisogno di fare chiarezza. In casa cattolica c’è ancora da vincere un residuo di sudditanza culturale nei confronti di certo mondo laico. Ma da qui ad ergersi a unici detentori della verità, implacabili giudici delle scelte altrui, ne corre (ci può essere infatti un modo non evangelico di dire il Vangelo).
Una delle grandi lezioni di de Foucauld sta nell’aver fatto mirabilmente sintesi del «Non conformatevi» e del «Mi sono fatto tutto a tutti». In questo sta la santità. A questo - non meno di questo - siamo chiamati.