Un tempo da amare, ![]()
il nostro
Mondo e Missione / Gennaio 2003, Editoriale - www.pimemilano.com
Appassionare al
mondo, ai popoli e alle culture altre.
Raccontare la missione, i passi del Vangelo nella storia.
Ecco l'impegno della rivista che da oggi si rinnova.
Gerolamo Fazzini
Cari lettori, quella che avete in mano è una rivista in
gran parte rinnovata. Una cosa non è cambiata: il nome della testata, Mondo e
Missione.
A oltre trent;'anni da quando padre Gheddo volle chiamarla così all'indomani
del Vaticano II, ci è sembrato saggio riaffermare quel binomio tipicamente
conciliare. Che esprime fedeltà al mondo, alle gioie, speranze e attese
dell'uomo di oggi (di cui parla la Lumen gentium) e fedeltà alle ragioni della
missione. In questi anni si è profondamente interrogata, è cambiata. Ma la
missione è e rimane, per il cristiano, l'imperativo di sempre.
Annacquata da spiritualismi inconcludenti o depauperata da interpretazioni
troppo mondane, la missione sembra talvolta aver smarrito la propria bellezza,
sepolta com'è talvolta sotto un cumulo di domande che insinuano dubbi circa il
valore stesso dell'Annuncio. Certo, non esiste un modello unico, valido per
tutti i tempi. Vale anche in ambito missionario l'auspicio formulato da Julien
Green: "Finché siamo inquieti si può stare tranquilli". Finché
siamo docili al soffio dello Spirito e pronti ad avventurarci su strade
inesplorate, fossero anche sentieri accidentati, posiamo star sicuri di lavorare
per il Regno.
È complicato, però, scommettere sul futuro. Per chi crede e per chi fatica a
credere. Il nostro non è un tempo facile da amare - il tempo di Bin Laden e dei
fondamentalismi, il tempo dell'ecumenismo difficile, degli squilibri Nord-Sud
che gridano vendetta. Non è semplice, per una rivista missionaria, parlare di
pace senza cadere in slogan vuoti, quando rullano i motori dei caccia puntati
sull'Iraq. Né misurarsi con uno scenario, la globalizzazione, che viene
additato, di volta in volta, come totem da abbattere o un idolo da venerare.
Ma questo è il tempo che Dio ha pensato per noi e l'umanità. Non più ostile
di altri al Vangelo. Prenderne consapevolezza e condividerla è compito di chi
scrive (e legge) un foglio come il nostro.
Siamo preda di una doppia tentazione: denunciare i mali con toni apocalittici
come se questo mondo già non fosse stato salvato oppure raccontare il dipanarsi
della salvezza nell'oggi prescindendo dalle mille ferite che l'umanità vive.
Una rivista ansiogena, che susciti sensi di colpa indebiti non giova alla causa
missionaria, come non serve commuovere con narrazioni deamicisiane. Quand'anche
protagonista fosse l'«eroico» missionario che, come tutti, porta il suo tesoro
in vasi di creta.
Vogliamo invece raccontarvi - come già proviamo a fare - storie di donne e
uomini cui il Vangelo quotidianamente cambia la vita. Donne e uomini che restano
fulbé o santal, ma più consapevoli, grazie alla fede, del loro valore di
persone, amate da un Dio che non fa differenze di etnia, titolo di studio o
conto in banca.
Vogliamo raccontarvi un"Africa che non si rassegna alla maledizione che la
dipinge "continente alla deriva"; un'Asia che la vulgata vuole
impenetrabile al messaggio evangelico e invece sa trarre sorprese dal suo tesoro
millenario; un'America Latina che continua a costruire tenacemente un sogno di
giustizia.
L'11 settembre ha reso più evidente l'urgenza di mostrare l'«altra faccia»
del mondo, quello che solitamente non va in tivù e i missionari conoscono bene.
Ci hanno fatto capire che le spiegazioni economiche e politiche dei fatti, su
cui s'arrovellano i commentatori, spesso non bastano. C'è qualcosa nell'intimo
dell'uomo - la cultura in cui si muove, il nome che dà a Dio - che plasma la
storia non meno delle guerre o delle rivoluzioni. Che difinisce l'altro più di
quanto non facciano le divise o le etichette.
La nostra ambizione è tutta qui: rendere di casa, perché amato da Dio,
l'altro. E l'altrove.
Mondo e Missione / Gennaio 2003, Editoriale - http://www. pimemilano.com