Da una parte la linea dura, con la volontà di
promuovere l'ateismo.
Dall'altra, timori per la perdita dei valori, che le religioni difendono.
Cina e Fede
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Ma c’è chi vuole aprire: serve alla società disgregata
Gerolamo Fazzini
All'interno delle sfere più alte del Pcc da tempo si discute sul ruolo e
sulla funzione sociale della religione, globalmente intesa. Ed è sempre più
chiaro che, persino in quella che sembrerebbe una monolitica fortezza
ideologica, due linee si confrontano, talora in modo anche acceso.
Accanto ai "duri e puri", fedeli all'ideologia marxista classica, vi
è un'ala meno intransigente, che si interroga. Arrivando a ipotizzare che le
religioni possano offrire un contributo allo sviluppo di quella società
armoniosa che è in testa alle priorità dei dirigenti cinesi, preoccupati come
sono dello sfaldamento sociale (con contorno di proteste e incidenti), provocato
da uno sviluppo economico tanto tumultuoso quanto disordinato.
Siamo ancora lontani - intendiamoci - da un pieno riconoscimento della libertà
religiosa come diritto inalienabile della persona. Anzi: il sospetto di una
tolleranza interessata per il fenomeno religioso - concepito sostanzialmente
come un collante "culturale", un antidoto alla disgregazione del
tessuto sociale - è fondato.
Ma il dibattito in corso, unito ad altri fatti (ad esempio la clamorosa protesta
di un milione di aderenti del Pcc che tempo fa restituì la tessera del Partito
in polemica con i metodi sbrigativi adottati contro la setta del Falun Gong), è
comunque significativo.
Sin qui, è chiaro a tutti quale delle due anime stia prevalendo.
L'incompatibilità fra l'adesione a una fede religiosa e il
"privilegio" di appartenere all'apparato non è ancora stata messa in
discussione. Non solo: ogni volta che si prospetta il pericolo di
"infiltrazioni" pericolose, i custodi dell'ideologia lanciano
l'allarme. È il caso dell'epurazione minacciata dal Comitato centrale nel
documento del 12 ottobre scorso. Un provvedimento severo che segue l'emanazione,
nel febbraio 2004, di un regolamento interno al Pcc che si proponeva di arginare
la «corruzione interna» e contenere l'esercizio di pratiche religiose dei
membri.
Nel maggio del 2004 era pure stato stilato un documento segreto in otto punti
che raccomandava di intensificare la ricerca e la diffusione dell'ateismo
marxista con tutti i mezzi, come strumento necessario per rafforzare l'autorità
del partito. Il proliferare di siffatti appelli e relative norme - osserviamo en
passant - non fa che dimostrarne la concreta inefficacia.
A fronte di tutto questo, un recentissimo editoriale uscito sulla Beijing
Review del 12 gennaio scorso (una rivista ufficiale in lingua inglese,
pensata per la diffusione all'estero) rilancia l'esigenza di un approccio nuovo
alla spinosa tematica, avanzando un dubbio, che suona anche come emblematico
titolo dell'articolo: «Abbiamo bisogno di un'educazione religiosa?». Vi si
legge: «A dispetto di un rapido sviluppo economico, la qualità etica della
gente sembra sia in stagnazione, o addirittura in declino. Prevale il culto del
denaro, che fa sì che molte persone diventino avide, egoiste ed attaccate al
profitto. Il panorama morale è inquinato e parte della società è portata alla
degenerazione». E si aggiunge: «Il punto è che l'educazione è la chiave di
questa catena di problemi. Per pulire questo panorama morale contaminato,
un'educazione religiosa può essere necessaria, come supplemento ad una campagna
educativa completa per la Cina».
Il tempo dirà se frasi del genere sono solo uno specchietto per le allodole
oppure il sintomo di qualcosa che va lentamente cambiando, nella direzione di
un'apertura nuova alla dimensione religiosa.