L'ANALISI

Da una parte la linea dura, con la volontà di promuovere l'ateismo.
Dall'altra, timori per la perdita dei valori, che le religioni difendono.

RITAGLI   Cina e Fede   CINA
Ma c’è chi vuole aprire: serve alla società disgregata

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 29/1/’06)

All'interno delle sfere più alte del Pcc da tempo si discute sul ruolo e sulla funzione sociale della religione, globalmente intesa. Ed è sempre più chiaro che, persino in quella che sembrerebbe una monolitica fortezza ideologica, due linee si confrontano, talora in modo anche acceso.
Accanto ai "duri e puri", fedeli all'ideologia marxista classica, vi è un'ala meno intransigente, che si interroga. Arrivando a ipotizzare che le religioni possano offrire un contributo allo sviluppo di quella società armoniosa che è in testa alle priorità dei dirigenti cinesi, preoccupati come sono dello sfaldamento sociale (con contorno di proteste e incidenti), provocato da uno sviluppo economico tanto tumultuoso quanto disordinato.
Siamo ancora lontani - intendiamoci - da un pieno riconoscimento della libertà religiosa come diritto inalienabile della persona. Anzi: il sospetto di una tolleranza interessata per il fenomeno religioso - concepito sostanzialmente come un collante "culturale", un antidoto alla disgregazione del tessuto sociale - è fondato.
Ma il dibattito in corso, unito ad altri fatti (ad esempio la clamorosa protesta di un milione di aderenti del Pcc che tempo fa restituì la tessera del Partito in polemica con i metodi sbrigativi adottati contro la setta del Falun Gong), è comunque significativo.
Sin qui, è chiaro a tutti quale delle due anime stia prevalendo. L'incompatibilità fra l'adesione a una fede religiosa e il "privilegio" di appartenere all'apparato non è ancora stata messa in discussione. Non solo: ogni volta che si prospetta il pericolo di "infiltrazioni" pericolose, i custodi dell'ideologia lanciano l'allarme. È il caso dell'epurazione minacciata dal Comitato centrale nel documento del 12 ottobre scorso. Un provvedimento severo che segue l'emanazione, nel febbraio 2004, di un regolamento interno al Pcc che si proponeva di arginare la «corruzione interna» e contenere l'esercizio di pratiche religiose dei membri.
Nel maggio del 2004 era pure stato stilato un documento segreto in otto punti che raccomandava di intensificare la ricerca e la diffusione dell'ateismo marxista con tutti i mezzi, come strumento necessario per rafforzare l'autorità del partito. Il proliferare di siffatti appelli e relative norme - osserviamo en passant - non fa che dimostrarne la concreta inefficacia.
A fronte di tutto questo, un recentissimo editoriale uscito sulla Beijing Review del 12 gennaio scorso (una rivista ufficiale in lingua inglese, pensata per la diffusione all'estero) rilancia l'esigenza di un approccio nuovo alla spinosa tematica, avanzando un dubbio, che suona anche come emblematico titolo dell'articolo: «Abbiamo bisogno di un'educazione religiosa?». Vi si legge: «A dispetto di un rapido sviluppo economico, la qualità etica della gente sembra sia in stagnazione, o addirittura in declino. Prevale il culto del denaro, che fa sì che molte persone diventino avide, egoiste ed attaccate al profitto. Il panorama morale è inquinato e parte della società è portata alla degenerazione». E si aggiunge: «Il punto è che l'educazione è la chiave di questa catena di problemi. Per pulire questo panorama morale contaminato, un'educazione religiosa può essere necessaria, come supplemento ad una campagna educativa completa per la Cina».
Il tempo dirà se frasi del genere sono solo uno specchietto per le allodole oppure il sintomo di qualcosa che va lentamente cambiando, nella direzione di un'apertura nuova alla dimensione religiosa.