Il Papa invita ad aiutare i poveri, ma soprattutto ad amarli
RITAGLI  
Mai negare all'uomo la dolcezza dello sguardo di Dio   DOCUMENTI

Gerolamo Fazzini
("Avvenire", 1/2/’06)

«Quando spiego ad amici e benefattori che vorrei metter su una scuola di teatro e corsi di danza per i miei ragazzi in favela c’è sempre qualcuno che scuote la testa. Come a dire: ne vale la pena? Ma io ne sono convinto: educare al bello, anche in una realtà degradata e violenta come le baraccopoli di San Paolo, non è un lusso. Ai poveri non basta dare il pane». Leggo il messaggio per la Quaresima di Benedetto XVI e mi si affacciano alla memoria queste parole di padre Natale, giovane missionario del Pime in Brasile. Prima dell’elemosina, prima del gesto di solidarietà, dell’intervento di cooperazione, della legge che modifica ingiustizie e squilibri economici (tutte cose importanti, persino necessarie), prima di tutto ciò è di uno sguardo – fa capire Benedetto XVI – che abbiamo bisogno: lo stesso sguardo di Gesù che, «vedendo le folle, ne sentì compassione». È un messaggio forte, quello del Papa, persino politicamente scorretto. A cominciare da quella parola nel titolo – «compassione» – che sa di dolciastro e invece esprime sofferenza vissuta insieme, una condivisione totale dell’essenziale. Colui che "com-patisce", nel senso più profondo del termine, si prende carico dell’altro in tutta la sua umanità, prima che del bisogno – piccolo o grande – che l’altro esprime. «In nessun modo – osserva Benedetto XVI – è possibile separare la risposta ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore». Solo uno sguardo così, che mette l’uomo al centro – l’uomo con la sua sete di Dio non meno ardente che di acqua pulita, con la sua fame di senso, non meno importante di quella del pane quotidiano – solo uno sguardo così preserva dal rischio di concepire l’altro come mero terminale della propria generosità o, nella peggiore delle ipotesi, di usare l’altro come ingranaggio di un progetto sociale e politico. Non lo si ribadirà mai abbastanza. Che si parli dell’emergenza Aids o delle malattie dimenticate, che si tratti della fame nel mondo o dello sviluppo dell’Africa è dall’uomo – non dalle ricette economiche, non dai progetti politici o, peggio, dagli slogan di piazza – che occorre partire. Dall’uomo avvicinato, ascoltato, capito. Dall’uomo guardato con lo stesso sguardo di Dio. È la grande lezione dei missionari. I quali, pur con i loro limiti e debolezze, sono credibili perché si prendono cura di tutto l’uomo, dalle piaghe purulente del corpo alle ferite invisibili del cuore. Danno il pane (in molti paesi africani la sanità si regge sulla rete degli ospedali gestiti da religiosi) e, al contempo, annunciano il Vangelo. Perché sia saziata la fame di Dio. Spiega Ratzinger: non c’è sviluppo autentico ("integrale", nel lessico della dottrina sociale cattolica) se la dimensione religiosa viene censurata. Sbaglia – e di grosso – chi pensa che la posta in gioco sia la tutela dei cristiani (come fossero panda in via d’estinzione); il punto è – invece – la salvaguardia della possibilità di una realizzazione umana piena. Perché "accontentarsi" di uno sviluppo che garantisce cose necessarie, indispensabili – dal cibo alla salute, dall’istruzione alla casa – se però viene negato l’anelito al trascendente, che è quanto ci distingue dagli animali? Su questo crinale – è il monito del Papa – si deve muovere il cristiano in ordine alle scelte politiche. È tempo di un discernimento maturo e coraggioso. Che contempli la libertà religiosa come una condizione necessaria e insostituibile perché si possa parlare di uno sviluppo che rispetta pienamente l’uomo.