L'ESEMPIO DI DON ANDREA

RITAGLI   «Far abitare Cristo» ha un prezzo: la vita   DON ANDREA SANTORO

Gerolamo Fazzini
("Mondo e Missione", Marzo 2006)

«Spesso mi chiedo perché sono qui e allora mi viene in mente la frase di Giovanni: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita, con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della testimonianza, con il dono consapevole della vita».
In tanti hanno provato a spiegare perché è stato ucciso don Andrea Santoro. C’è persino chi l’ha arruolato come "testimonial" per una crociata anti-islamica. Vorremmo qui provare a riflettere - più che sulle circostanze della sua morte violenta - sulle ragioni profonde della vita cristiana e della scelta missionaria di don Andrea. Lasciando che sia lui stesso a parlare, in queste poche frasi raccolte dalla sua viva voce da un’amica, missionaria in Turchia. In quelle parole è condensata la triplice eredità che don Andrea – "fidei donum", «dono della fede» nel senso più pieno del termine - lascia alla sua comunità di Trabzon, ai cristiani di Turchia e a noi, Chiesa universale.

La prima eredità è un grido. Quando don Andrea parla di «lunghi silenzi» e di «dono consapevole della vita» allude a una presenza (quella dei cristiani in terra turca e in molte altre aree del Medio Oriente) che le circostanze politiche, il clima culturale e l’estremismo di pochi costringe ad essere silenziosa, talora muta. Tacitata. Nella Turchia che si vorrebbe laica e pronta all’ingresso in Europa, il diritto alla libertà religiosa è ancor oggi pesantemente limitato e spesso negato. Ma sarebbe un oltraggio alla memoria di don Andrea se il suo grido bucasse l’indifferenza solo per un giorno, se l’opinione pubblica si interessasse ai cristiani in terra d’islam per il tempo di un funerale, solo perché di mezzo c’è un prete italiano!

Scegliendo di andare missionario in Turchia, don Andrea sapeva di andare incontro al pericolo. Tuttavia non si è attardato in denunce, non ha aspettato che si risolvesse sul piano diplomatico-istituzionale il problema della reciprocità tra fedi; ha, invece, accettato il rischio dell’asimmetria, ha consapevolmente preso in carico una situazione di ingiustizia. E l’ha fatto al modo di Cristo, scegliendo di «esserci» gratuitamente, senza cedere a tentazioni di proselitismo, «in umiltà e semplicità di vita». Mettendo in conto solitudine, incomprensioni, deserto.

Incamminandosi sulla strada della «limpidezza inerme della testimonianza» e del «dono consapevole della vita», don Andrea non ha fatto altro che seguire le orme di Colui che aveva messo in guardia i suoi discepoli: «Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». I «Lupi Grigi», certo. Ma in generale tutti i lupi che, in ogni continente, seguono la logica della violenza e che, per questo, eliminano coloro che hanno la carità per bussola. Nelle ultime settimane è accaduto nelle Filippine, in Burundi e in Angola.

Di don Andrea si è detto, infine, che è stato un uomo di dialogo con l’islam. Tutto vero, a patto di non ridurre la sua testimonianza coraggiosa a un galateo di buone maniere. È lo stesso don Andrea a mettere in guardia da un dialogo superficiale, intriso di esangue buonismo, parente prossimo di quella pallida tolleranza che il politicamente corretto vorrebbe innalzare a ricetta universale per risolvere i conflitti. Cosa intendesse per «dialogo fruttuoso» - la sua terza eredità - lo fa capire questa sua frase: «Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo. Come ha fatto Gesù». È in virtù di quest’offerta estrema di sé a Cristo che il «silenzioso» don Andrea Santoro oggi parla al mondo intero.