L'ESEMPIO DI DON ANDREA
«Spesso mi chiedo perché sono qui e allora mi viene in mente la frase di
Giovanni: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a
noi". Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e permettere a Gesù di
farlo prestandogli la mia carne. Il Medio Oriente deve essere riabitato come fu
abitato ieri da Gesù: con lunghi silenzi, con umiltà e semplicità di vita,
con opere di fede, con miracoli di carità, con la limpidezza inerme della
testimonianza, con il dono consapevole della vita».
In tanti hanno provato a spiegare perché è stato ucciso don Andrea Santoro. C’è
persino chi l’ha arruolato come "testimonial" per una crociata
anti-islamica. Vorremmo qui provare a riflettere - più che sulle circostanze
della sua morte violenta - sulle ragioni profonde della vita cristiana e della
scelta missionaria di don Andrea. Lasciando che sia lui stesso a parlare, in
queste poche frasi raccolte dalla sua viva voce da un’amica, missionaria in
Turchia. In quelle parole è condensata la triplice eredità che don Andrea –
"fidei donum", «dono della fede» nel senso più pieno del termine -
lascia alla sua comunità di Trabzon, ai cristiani di Turchia e a noi, Chiesa
universale.
La prima eredità è un grido. Quando don Andrea parla di «lunghi silenzi» e
di «dono consapevole della vita» allude a una presenza (quella dei cristiani
in terra turca e in molte altre aree del Medio Oriente) che le circostanze
politiche, il clima culturale e l’estremismo di pochi costringe ad essere
silenziosa, talora muta. Tacitata. Nella Turchia che si vorrebbe laica e pronta
all’ingresso in Europa, il diritto alla libertà religiosa è ancor
oggi pesantemente limitato e spesso negato. Ma sarebbe un oltraggio alla memoria
di don Andrea se il suo grido bucasse l’indifferenza solo per un giorno, se l’opinione
pubblica si interessasse ai cristiani in terra d’islam per il tempo di un
funerale, solo perché di mezzo c’è un prete italiano!
Scegliendo di andare missionario in Turchia, don Andrea sapeva di andare
incontro al pericolo. Tuttavia non si è attardato in denunce, non ha aspettato
che si risolvesse sul piano diplomatico-istituzionale il problema della
reciprocità tra fedi; ha, invece, accettato il rischio dell’asimmetria, ha
consapevolmente preso in carico una situazione di ingiustizia. E l’ha fatto al
modo di Cristo, scegliendo di «esserci» gratuitamente, senza cedere a
tentazioni di proselitismo, «in umiltà e semplicità di vita». Mettendo in
conto solitudine, incomprensioni, deserto.
Incamminandosi sulla strada della «limpidezza inerme della testimonianza» e
del «dono consapevole della vita», don Andrea non ha fatto altro che seguire
le orme di Colui che aveva messo in guardia i suoi discepoli: «Vi mando come
agnelli in mezzo ai lupi». I «Lupi Grigi», certo. Ma in generale tutti i lupi
che, in ogni continente, seguono la logica della violenza e che, per questo,
eliminano coloro che hanno la carità per bussola. Nelle ultime settimane è
accaduto nelle Filippine, in Burundi e in Angola.
Di don Andrea si è detto, infine, che è stato un uomo di dialogo con l’islam.
Tutto vero, a patto di non ridurre la sua testimonianza coraggiosa a un galateo
di buone maniere. È lo stesso don Andrea a mettere in guardia da un dialogo
superficiale, intriso di esangue buonismo, parente prossimo di quella pallida
tolleranza che il politicamente corretto vorrebbe innalzare a ricetta universale
per risolvere i conflitti. Cosa intendesse per «dialogo fruttuoso» - la sua
terza eredità - lo fa capire questa sua frase: «Si diventa capaci di salvezza
solo offrendo la propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va
condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo. Come ha fatto
Gesù». È in virtù di quest’offerta estrema di sé a Cristo che il
«silenzioso» don Andrea Santoro oggi parla al mondo intero.