Lungo i secoli,
i missionari hanno dato un contributo decisivo alla cultura.
Oggi come ieri sono ambasciatori scalzi, «ponti» tra mondi diversi.
Gerolamo
Fazzini
("Mondo e Missione", Aprile 2006)
In un tempo in cui la testimonianza cristiana è interpellata con forza sul terreno culturale, si aprono spazi inediti di presenza e occasioni propizie per il mondo missionario. A patto di saperli cogliere ed affrontare con coraggio e lungimiranza.
Mi riferisco al fatto che, dopo una lunga stagione che ha considerato i missionari come relitti del passato, rappresentanti "tout court" di un Occidente colonialista che ha invaso il mondo conquistando popoli e distruggendo culture, si va facendo strada una nuova lettura. Si sta, cioè, prendendo coscienza che i missionari - pur con tutti i loro limiti - sono stati, in realtà, coloro che per vari secoli hanno custodito tradizioni locali, imparato lingue poi (in certi casi) andate perdute, compilato dizionari e grammatiche, redatto mappe e atlanti, salvato dalla distruzione opere d'arte e oggetti di culto. Se ci sono stati (e purtroppo ci sono stati!) uomini di Chiesa che hanno concepito la missione come l'«esportazione» del modello culturale e religioso europeo, sono, però, molte - ieri e oggi - le figure di segno opposto.
Questi ultimi hanno accostato popoli e civiltà nella logica, squisitamente evangelica, della «simpatia preventiva». Verso costoro siamo in debito, non soltanto del recupero di tradizioni scritte e orali, della salvaguardia di reperti oggi conservati, non di rado, in prestigiosi musei. Con il loro essere «ponte» tra culture, quella di origine e quella in cui si sono immersi, quei missionari hanno contribuito ad «accorciare le distanze» tra l'Europa e i continenti e hanno fatto sì che la stessa coscienza europea di quel che sta oltre le colonne d'Ercole si plasmasse sulle relazioni che essi inviavano dai territori di missione. I missionari, insomma, hanno fornito le mappe per decifrare le culture altre, rivestendo per secoli non solo il ruolo di ambasciatori scalzi dell'Occidente ma, altresì, quello di «esperti in umanità» a 360 gradi.
Ora, non può non colpire il fatto che questa rivalutazione dell'apporto culturale dei missionari avvenga quasi esclusivamente nell'ambiente accademico. In ambito cattolico questa operazione è ben lungi dall'essere tematizzata: come se i missionari fossero ancora sotto schiaffo di quella cultura anti-occidentale che li vuole agenti di un non meglio precisato imperialismo culturale.
Il risultato - paradossale, ammettiamolo - è che le biblioteche degli istituti missionari spesso contengono rarità poco o nulla conosciute all'esterno, sono affidate a personale anziano e, in genere, considerate poco «strategiche». Idem dicasi per i musei missionari: quanti sanno che in Italia ve ne sono una dozzina, alcuni dei quali molto interessanti e ben strutturati? E perché non riescono a «fare rete» e ad avere il riconoscimento che meritano (e i relativi fondi)?
L'obiettivo non è propugnare una sorta di revisionismo culturale. Nemmeno si tratta di dar vita a un'apologetica di bassa lega o, peggio, a una neo-crociata. La sfida sta, semmai, nel recupero e nella valorizzazione di un patrimonio storico e culturale di immenso valore, poco o nulla conosciuto dalla «cultura ufficiale» e bistrattato anche dai cattolici. I quali, se spesso ascoltano i missionari nelle loro (legittime) denunce di tipo sociale ed economico, scarso interesse concedono al missionario quando veste i panni dell'uomo di cultura che fa da tramite tra mondi diversi. Una felice eccezione, va detto, è rappresentata dalle scuole - in larghissima parte statali - che aderiscono al progetto di «educazione alla mondialità» su cui il Pime sta molto investendo. Segno che si sta cogliendo il valore profondo e il risvolto culturale dell'esperienza dei missionari sul campo.
Di gente del genere abbiamo estremo bisogno oggi: di donne e uomini che, nel concreto dell'azione missionaria, favoriscono l'incontro di civiltà, disinnescando sul nascere diffidenza e inimicizia.